Dolcevena - The Looking Glass Self lunedì, 05 novembre 2007
Inserire il cd nel lettore e alzare il volume al massimo deve essere un'unica azione. Poi si può far partire la prima traccia, The Finest Key. Sembra di intromettersi in una conversazione già avviata, e ci si mette qualche secondo a capire di cosa si sta parlando. Una ventina di secondi, poi tutto diventa chiaro. Inizia praticamente "in media res" The Looking Glass Self, secondo album dei Dolcevena, un trio di giovanissimi romani dediti al massacro sonico e alla sistematica distruzione dei timpani del loro pubblico (vederli, anzi sentirli dal vivo per capire). Giovanissimi ma con le idee molto chiare. Questo nuovo disco è stato realizzato nell'intento di preservare le reali dinamiche del nostro suono, recita un avvertimento all'interno del libretto. Ed è un bel sentire, Rock 'n Roll allo stato puro, veramente molto anni '70, voci mixate piuttosto basse e rullante bello grasso come piace al sottoscritto. Ma attenzione, non ci troviamo di fronte il solito power trio rumoroso, anche se la open track può trarre in inganno i tre vanno subito molto oltre il punk-noise tiratissimo e dall'attitudine scassona che quando li ho visti suonare dal vivo mi aveva fatto pensare a One Dimensional Man. I Dolcevena già dal secondo pezzo (la notevole I Can't Fit, che sa di grunge anni '90 e di stoner psichedelico urlato a squarciagola) sanno ampliare le coordinate del loro sound, e il resto del disco è un continuo sorprendermi, e spaziare tra mille influenze senza mai cadere nella banalità, anzi mostrando una certa personalità (che emerge sicuramente più nelle parti strumentali che in quelle vocali) e un piglio sicuro nell'affrontare le sfuriate rumoristiche che rendono il loro stile sincero e viscerale. Questo disco non esalterà chi cerca per forza qualcosa di strano e di originale, ma farà felici coloro che amano muovere la testa e il culo con un po' di sano Rock 'n Roll. For A While è il singolo che ti manda in fissa, che cresce ad ogni ascolto, immediato, semplice e diretto come un inno, veramente una hit in questo mio autunno caldo e inquieto. E' la summa del loro sound, nervoso e muscolare, tirato ma tutt'altro che isterico, rabbioso e solare allo stesso tempo. Riuscite anche How To Jump Out Of A Moving Car, ambiziosa strumentale psichedelica che rimanda ai maestri Flaming Lips (addirittura...!) e Any Dear June, dal crescendo finale magari prevedibile ma molto emozionante devo dire. Il capolavoro è uno però, e si chiama Painters, che tocca i più alti vertici compositivi del disco intrecciando i ritmi sghembi del post-rock con gli arabeschi psichedelici della chitarra di Simone, fino a sfociare in un finale lirico davvero commovente, che ricorda quello di Juin, capolavoro del loro primo disco. Insomma, abbastanza per rimanere soddisfatti di un disco che dura poco più di mezz'ora. The Looking Glass Self è un'ottima conferma per queste giovani sensazioni del rock indipendente, rappresentanti insieme agli eccellenti Poppy's Portrait di una nuova scuola che sta uscendo fuori nei locali “alternativi” della capitale a furia di distorsioni, feedback e colpi di rullante. Avanti così, oltre il muro del suono!Tracklist:
1. The Finest Key
2. I Can't Fit
3. My Surprise
4. Painters
5. Three Eyed Fish
6. How To Jump Out Of A Moving Car
7. For A While
8. Any Dear June
roccheggiato da FaustoMarrone alle 20:39









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