Gregor Samsa - Rest sabato, 17 maggio 2008
Parte con il suono di un carillon che farebbe addormentare anche il più pestifero dei bambini questo piccolo, miracoloso, docile gioiellino della discografia indipendente americana targata 2008. “Rest”, riposo. Un titolo che è un manifesto programmatico e che descrive a perfezione le atmosfere evocate da questa atipica formazione allargata comprendente una dozzina di musicisti che suonano strumenti molto poco rock come la celesta, il pianoforte, il clarino, il vibrafono, e molti archi. Il nome kafkiano che suona strano anche per un gruppo indie (anche se siamo abituati a nomi ben più improbabili) porta con sé un mistero e un'aurea colta che ben si addice alla proposta musicale, che definire post-rock (l'etichetta più frequentemente affibbiata quando non si capisce di che genere si sta parlando) mi sembra alquanto fuorviante. O meglio, riduttivo. Questo album sincero ed ispirato porta infatti a compimento una maturazione di un percorso iniziato col precedente album “55.12” targato 2006, in cui si potevano più chiaramente rintracciare le ispirazioni che fanno vibrare la delicata penna di Nikki King e Champ Bennett. “Post-rock raffinato, malinconico, sfuggente e trasognato, che porta con sé la lentezza dello slowcore dei Low e la leggerezza della psichedelia tenue e soffusa dei Mazzy Star”: più o meno così li avrebbe definiti il classico critico musicale dell'era Internet, l'era delle citazioni narcisiste. “Rest” invece si allontana sempre di più dal rock, per quanto post esso sia, e fa un passo deciso verso la musica classica, la cosiddetta modern classical (credo si dica così per non offendere i cultori della Vera Musica Classica), dando vita ad un interessante ibrido che definirei originale senza timore di essere smentito. Vagiti ambient, atmosfere magiche quasi da musica sacra, dolci bisbigli che sembrano delle nenie, minimalismo, ritmi e percussioni pressochè assenti o comunque lasciati in secondo piano, aperture sinfoniche di stampo molto romantico, rimasugli psichedelici (l'unica chitarra distorta arriva sul finale di First Mile, Last Mile e mi rapisce, ovviamente...) e una sobria atmosfera da camera a dominare l'intero lavoro, che definirei austero ed onirico allo stesso tempo. Un mondo magico insomma, quello dei Gregor Samsa, che ti rapisce e ti trascina se sei disposto ad adeguarti alla loro lentezza, che parla al cuore molto più che al cervello. La loro musica è fatta di pause, silenzi, dolci attese, trepidanti speranze, è una musica atemporale, metastorica, decisamente poco alla moda, crepuscolare e vagamente inquietante (il feedback che scuote sotterraneo la dolcissima Du Meine Leise ad esempio sembra un presagio di temporale), certo monotona e ripetitiva per un ascoltatore frettoloso e superficiale in cerca di facili melodie accattivanti. Per chi è disposto ad abbandonarsi al loro male di miele invece non sarà facile resistere alle meraviglie di Jeroen Van Aken (uno dei pezzi più struggenti) o all'abbandono emotivo di Pseudonyms, che ha il ritmo irregolare di un pianto liberatorio... Piccolo capolavoro questo disco insomma, colmo di momenti così alti da portarmi alla mente niente meno che i Popol Vuh (uno dei gruppi più incredibili della storia della musica, a chi non li conosce consiglio di cuore l'ascolto almeno di Hosianna Mantra e In Den Garten Pharaos, due dischi di una bellezza infinita). Vivamente consigliato per alleviare il mal di testa, e il mal di cuore.Tracklist:
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The Adolescent
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Ain Leuh
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Abutting, Dismantling
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Company
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Jeroen Van Aken
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Rendered Yards
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Pseudonyms
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First Mile, Last Mile
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Du Meine Leise

roccheggiato da FaustoMarrone alle 19:27








Se è vero che la musica è la più straordinaria e immediata espressione dell'animo umano, capace di descrivere le più ineffabili emozioni e in grado di fermare il tempo, allora mi si perdoni l'entusiasmo per questa anomala creatura che reca il nome Phideaux, che arriva negli ultimi giorni del 2007 a schiarire le mie giornate e a confermare una personalissima tesi secondo cui tra tutti i generi musicali il cosiddetto rock progressive è il più adatto per chi ha l'ambizione di fermare il tempo. Phideaux Xavier, prolifico compositore, multistrumentista e direttore d'orchestra di Los Angeles da qualche anno e qualche disco (questo è il sesto, per la precisione) ha intrapreso un viaggio fatto di note ed emozioni che ritengo difficile etichettare in altri modi che “fuori dal tempo”. E anche se gli appassionati con una cultura enciclopedica potranno trovare in “Doomsday Afternoon” decine, centinaia di influenze chiare, e di sonorità che riportano alla mente i soliti nomi (Genesis, Yes, King Crimson, Jethro Tull, Van Der Graaf Generator, etc...) qui non si tratta del solito gruppo progressive contemporaneo che strizza l'occhio ai classici, che rifà il verso ai maestri che hanno segnato gli stilemi del genere nei gloriosi anni '70. Dritto per la sua tortuosa strada, senza rinnegare gli ascolti con cui sicuramente è cresciuto, ma anzi tenendoli bene a mente per non preoccuparsi di risultare insincero, Phideaux ha composto questo disco avendo a disposizione un'orchestra di 15 elementi, diversi cantanti per le parti vocali, uno stuolo di musicisti straordinari armati degli strumenti più vari che uniscono le sonorità rock classiche con le più ricche sezioni di archi e fiati di un'orchestra di musica classica. Il risultato suona classico, nel senso di musica classica contemporanea, nel senso che questo disco, almeno per il sottoscritto, è destinato a rimanere come un classico nel genere progressive orchestrale. La magniloquenza e l'epicità del sound non è mai esibizione fine a sé stessa, la sinfonia regge un'ora piena senza mai cedere alla tentazione del virtuosismo (non c'è un assolo di nessuno strumento, tutto è orchestrato e ha un suo posto in un disegno più ampio) e la varietà di trovate nei perfetti arrangiamenti lascia pochi dubbi sulle qualità del compositore. Insomma, come avrete capito siamo lontani dai Dream Theater, niente muscoli in vista, il rock viene più che altro evocato dalla strumentazione (basso, batteria, chitarre acustiche o elettriche, ma sempre pulite, moog, hammond, korg, mellotron) ma l'approccio è più quello di un Morricone prestato alla musica leggera che altro. Le melodie spesso indimenticabili tornano più volte nelle diverse forme dell'arrangiamento, come dei temi che vengono ripresi per dare forma e continuità al concept album. Su tutte la suite che apre e chiude il lavoro, Micro Deathstar e Microdeath Softstar, si staglia nella memoria per la incredibile quantità di emozioni che riesce ad evocare, con i suoi alti e bassi, accelerazioni e dolci discese melodiche, splendide aperture sinfoniche e cervellotici tempi dispari. Eccezionale anche The Doctrine Of Eternal Ice, divisa in due parti, di cui la prima risulta essere uno sfizioso revival beatlesiano fatto di oboe, corno e clarinetto a passo marziale, la seconda il più chiaro omaggio del disco all'art-rock dei capelloni anni '70 (da ascoltare in coppia con la successiva Thank You For The Evil, eccellente incursione nel melodramma tardo-PinkFloydiano con echi dell'onnipresente Bowie a vegliare il tutto). Per non tacere sui momenti più sorprendentemente classici del disco, come A Wasteland Of Memories, vera e propria colonna sonora da film fantasy, che evoca un'atmosfera quanto mai trasognata e fuori dal tempo, manco fosse un pezzo post-rock medievale, e la struggente ballata Crumble (in doppia versione, prima strumentale poi cantata da una splendida voce femminile) che ti si pianta in testa al primo ascolto e arriva a sugellare il disco in chiusura, nell'inatteso reprise che chiude i quindici minuti magici di Microdeath Softstar. "Doomsday Afternoon" è un disco romantico, prezioso, da ascoltare fino a consumarlo, consigliato a chi ha voglia di fuggire dal cinismo e dalla banalità di molta musica contemporanea e non ha paura di rifuggiarsi in un mondo classico.





L'unico grande rammarico di recensire questo cd, è quello di averlo ricevuto troppo tardi rispetto alla data d'uscita e di non aver ricevuto la confezione di Big Saloon, ma solamente il cd, dentro una bustina di plastica.
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