folk, indie, cantautori, minimal, woelv commenti (1)

Si potrebbe tendere a generalizzazioni, ma da quel poco che avevo capito e visto, anche dalle sole foto, la splendida Woelv mi sembrava un po' il clone di Klima, ma in versione naturalizzata, senza quell'elettronica minimal-dream, soffocata da foglie ingiallite, castagne tra le dita dei piedi e more sopra i capelli, persa in una foresta spoglia, calda nei colori.

Il cd di Geneviève Castrée, canadese venticinquenne è un puro misto di canzoni che toccano paradisi sonori alla Bjork e ambienti alla Klima, il tutto in un contesto puramente minimal-folk che stupisce per freschezza e innovazione.
Un cantato in francese che s'appoggia su chitarre prettamente classiche, non acustiche e ritmi strampalati ma ben ponderati che enfatizzano la struttura e la voglia di stupire; cori e controcanti auto prodotti in loop sfrenati, l'elettronica che serve, il minimo, l'indispensabile; la forza del disco è il carattere e la personalità, nient'altro.

Non è un ascolto facile, intendiamoci, alcune tracce si possono benissimo ascoltare mentre si legge un libro come la morbida (arrogance), Sous Mon Manteau  o, al limite (réconciliation); il resto dell'album va ascoltato e compreso a fondo; letto il titolo della track bisogna calarsi nei panni di Woelv ed esplorare il mondo con i suoi occhi: La Mort Et Le Chien Obèse, La Fille Qui S'est Enfermée Dans La Salle De Bains, Tout Seul Dans La Forêt En Plein Jour, Avez-vous Peur? con i suoi nove minuti zero cinque di solo vento, sono solo tre esempi palesi di tracce scritte con una personalità spiccata e un senso del racconto che stupisce per minimalismo ma, allo stesso tempo, per chiarezza.
La Petite Cane Dans La Nappe De Pétrole è forse la canzone che meglio riesce a caratterizzare la giovane canadese, la canzone dove tutto risulta cristallino, il suo modo di intendere la musica.

Un album generalmente cupo, forse influenzato del suo trasferimento negli States a Seattle che la resa più triste e malinconica.
Una svolta cantautorale notevole, un album prezioso e pieno di ottime, semplici idee. Una voce che incanta e risplende. Bello ed intenso.
(Sito Ufficiale)

Tracklist:
  1. Drapeau Blanc
  2. La Fille Qui S'est Enfermée Dans La Salle De Bains
  3. (réconciliation)
  4. Deux Coqs
  5. La Petite Cane Dans La Nappe De Pétrole
  6. Au viol!
  7. (arrogance)
  8. La Mort Et Le Chien Obèse
  9. Sous Mon Manteau
  10. Sang Jeune
  11. L' homme Qui Vient De Marcher Sur Une Mine
  12. Tout Seul Dans La Forêt En Plein Jour, Avez-vous Peur?
roccheggiato da 0ss0 alle 15:36

Josè Gonzales - In Our Nature
giovedì, 27 settembre 2007

folk, indie, cantautori, jose gonzales commenti

Come diceva il caro e buon Caparezza, il secondo album è sempre il più difficile, nella carriera di un artista.
Ci sono persone che percorrono quella tappa con naturalezza, con semplicità, cavalcando note e parole con la forza della semplicità, come se nella vita non avessero fatto altro, come se fossero nati per fare quello e basta. Potrei citare tantissimi artisti che con il secondo cd han stupito: da oggi, posso citare anche Josè Gonzales.
Il cantautore svedese, di origini argentine mi aveva stupito già quattro anni fa con il suo primo lavoro, Veneer, un album che a suo tempo, su glass-house, non avrebbe fatto fatica a raggiungere i cinque omini, con il mio solito entusiasmo da groupie che avrebbe contraddistinto la recensione del cd.
Dal duemilatre al duemilasette ne sono cambiate di cose: il singolo di Veneer, Heartbeats, è stato scelto per la famosa pubblicità con le palline che cadono; ho visto addirittura Josè a Top of The Pops... incredibile il potere della pubblicità; non si è comunque sputtanato e ha proseguito per la sua strada, fatta di paragoni con Nick Drake e musica di qualità, altissima qualità.

Viene così alla luce In Our Nature, in un atmosfera di casalinga serenità: sembrano canzoni scritte su un divano soffice, un divano dalla fantasia a fiori, mentre tutto intorno solo un gatto gira per casa e l'appartamento è confortevole e silenzioso. Solo le note della chitarra acustica di Josè, solo il suo fingerpicking, solo la sua voce calda.
E così la prima traccia è come un darti il benvenuto nella nuova casa, come accoglierti prendendo i cappotti e sitemandoli con cura, morbida, leggera.
Il cd ci fa scoprire un artista che ha preso coscienza delle proprie capacità, dell'incanto che portano le sue canzoni, e gioca con questa consapevolezza, sperimenta ed è entusiasmante, divertente. Una maturazione anche ritmica con il singolo Down The Line e Killing for Love, ad arricchire un sound forse troppo quieto fino all'uscita di questo secondo cd: una scelta forse coraggiosa dal punto di vista concettuale, ma data la bellezza estrema delle due canzoni è come avere la rete di sicurezza.
In Our Nature, come la prima traccia, sanno un po' di Kings of Convenience e incantano, ma è quando arriva la cover dei Massive Attack, Teardrop, il momento più alto di tutto il cd; un arrangiamento lineare e fedele, è la voce che stupisce per eleganza e morbidezza, spettacolare.
La capacità del cantautore di emozionare con pochi minuti, rimane invariata, il disco in una mezz'ora è già concluso, con brani che variano dal minuto e mezzo ai tre minuti scarsi.
Time To Send Someone Away è un altro dei punti cardine del cd, dove la maturazione di Gonzales è a dir poco innegabile.
Con The Nest si torna un po' indietro, una traccia abbastanza standard, e quei suoni finali sono davvero fuoriluogo, peccato per quest'inserimento.
Fold  e la lunghissima Cycling Trivialities per ammaliare fino alla fine l'ascoltatore, l'escalation dei suoni si fa importante e alla fine si rimane storiditi da tanta bellezza acustica.
Finito il cd, lo si riascolta subito da capo, perchè non stanca affatto, il repeat è automatico e piacevolmente concesso a questo (capo)lavoro, forse troppo breve, ma intenso come solo pochi potrebbero fare in trentatrè minuti.
Si rimane con la speranza di non dover attendere altri quattro anni per sentire note simili.

Tracklist :
  1. How Low
  2. Down The Line ( su Radio Glass-House)
  3. Killing For Love
  4. In Our Nature
  5. Teardrop
  6. Abram
  7. Time To Send Someone Away
  8. The Nest
  9. Fold
  10. Cycling Trivialities
roccheggiato da 0ss0 alle 14:25

Barzin - My Life in Rooms
sabato, 10 marzo 2007

cantautori, barzin commenti (2)

Grumi di rondini nel cielo. Un qualcosa di lento, calmo e dolcemente invasivo pian piano avanza, si sta facendo posto, si muove.
Barzin questo qualcosa lo coglie al volo, al primo battito d'ali. Una primavera soporifera, che aiuta a uscire dall'intirizzimento dell'inverno. O ad entrarci. Sì perchè scopro solo dopo alcuni ascolti dal sentore primaverile che quest'album è uscito la scorsa metà di Ottobre.
E allora sorgono dei pensieri spontanei, e capisco.
Barzin è il filtro.
Con lo svolgersi di My Life in Rooms è palese: è la transizione fatta musica. Una transizione perfetta, data dalla sua alchimia: elementi country di puro sole fusi allo slow-core, a  qualche rintocco shoegaze, a componenti limpidamente invernali, freddi, malinconici. E tutto avviene in un processo reversibile, che si adatta davvero troppo, troppo allo stato di "passaggio", condizione umana ricorrente.

Let’s Go Driving svolge le intenzioni di Barzin: lui stesso ci spiega che questa è la sua vita, la sua vita fatta di stanze, per poi dirci di andar in un qualche posto lontano pensando che non siamo così giovani, che forse è ora di comprare qualcosa di nuovo, di guidare via da qui giusto per oggi. L’intero disco sviluppa queste poche righe di intenti in una maniera impalpabile, eterea, ma vivente, pulsante a suo modo, perché più l’ascolti e più ti accorgi di sentirti come su di un lungo filo teso, nascosto a tirare il lenzuolo della calma di superficie generale.
Leaving Time è l'apice. Fa da sottofondo naturale all'alba di questo e di tutti i giorni successivi fino almeno a Giugno. E’ lenta, incredibilmente lenta, ti si scioglie nella testa, ancor di più all'aria aperta, a grandi respiri. E te la senti dentro.
Scopro con piacerissimo dopo alcuni secondi che Just More Drugs mi ha stimolato dei ricordi pinkfloydiani a colpo sicuro: "[...] Ok, just a little pinprick, there'll be no more, no more ah.." ci racconta poi la soffusa voce di Barzin, che imbastisce un omaggio al crazy diamond Barret forse già dal titolo della canzone, o almeno è quello che ci leggo io, sempre più contenta che un'artista celi delle piccole "chicche" di peso non indifferente nelle sue canzoni impastandole bene ai suoi testi, e che l'orecchio di un ascoltatore un po' appassionato riconosca questi "favoritismi".
Sometimes the Night..., l'unica strumentale, riassume il concetto di "Musica da camera" che rievoca il titolo dell'intero lavoro: mi ci vedo, lì, in una camera al 4° piano, la cui portafinestra da' su di una cittadina di mare illuminata a notte. Lì, a sorseggiare un qualche cosa di finemente alcolico su di una sedia lunga di vimini, a lasciare che la testa si fonda con la musica, la notte, il sonno.
Non mi dilungo di più, My Life in Rooms va fatto sciogliere da sé. In una camera al 4° piano, la cui portafinestra..
Ascoltatelo subito Barzin, è l’unico consiglio con il quale posso chiudere con voi questo discorso.

Tracklist
1. Let's Go Driving
2. So Much Time To Call My Own
3. Leaving Time
4. Just More Drugs
5. Take This Blue
6. Acoustic Guitar Phase
7. Won't You Come
8. Sometimes The Night...
9. My Life In Rooms

roccheggiato da Coe alle 14:10

Bonnie "Prince" Billy - The Letting Go
sabato, 24 febbraio 2007

folk, cantautori, bonnie prince billy commenti (2)

Ne ero sicuro, ma son di quelle cose che non riveli per non passare da imbecille e beccarti tutti gli insulti possibili.
Lo sapevo, in fondo lo sapevo, ci doveva essere una spiegazione.
Perché quel dannatissimo “O” era troppo perfetto e mi suonava troppo nuovo, e si sa, nella musica d’oggi, in pochi riescono ad inventarsi qualcosa di innovativo, e quei brani erano troppo semplici per non essere mai stata suonati.
Qualche tempo fa ho scoperto Bonnie “Prince” Billy o meglio, ho scoperto Will Oldham, e il paragone con il più noto Damien Rice m’è risultato alquanto scontato.
Solo che il caro Bonnie suona dal 1993: prima con i Palce Brothers, con i quali incide due album; poi con i Palace Music, due album all’attivo; poi dal ’96 inizia a fare tutto da solo e incide ben otto album. Quest’ultimo lavoro "The Lettin Go" è la bella copia di come sarebbe dovuto essere l’ultimo cd di Damien Rice; ricco, vario, delicato, sperimentale nel suo genere. La voce e gli arrangiamenti sono quelli, forse più archi rispetto all’altro cantautore, una musica più completa quindi, più “piena” ed edificante.
In alcuni punti la somiglianza con Rice è spaventosa, come alla fine di Love Comes To Me, o come in tutta I Called You Back; Bonnie sperimenta e in The Seedling tenta una traccia dal difficile ascolto, ma che alla lunga può essere apprezzata, e io c’ho sentito anche qualcosa di Bjork, forse stò dicendo un eresia. God’s Small Song e Ebb Tide ti toccano nel profondo e allora ti viene voglia di sentire tutti gli altri lavori, perché una perla così, non capisci come possa rimanere nascosta per così tanto tempo; così si torna ai soliti discorsi sulla distribuzione musicale e non voglio arrabbiarmi di nuovo.
In tutta la sua vita Bonnie ha collaborato con grandissimi artisti come Johnny Cash e Pj Harvey, e non mi stupisce affatto dato che questo ragazzo di trentasette anni di stoffa, ne ha da vendere.
Vi consiglio di ascoltarlo e di lasciarvi trasportare, leggeri, da questo bell’album.

Tracklist :
  1. Love Comes to Me
  2. Strange Form of Life
  3. Wai
  4. Cursed Sleep
  5. No Bad News
  6. Cold & Wet
  7. Big Friday
  8. Lay and Love
  9. The Seedling
  10. Then the Letting Go
  11. God's Small Song
  12. I Called You Back
  13. Ebb Tide

roccheggiato da 0ss0 alle 14:36

Amos Lee - Supply and Demand
mercoledì, 10 gennaio 2007

folk, cantautori, amos lee commenti

Non c’è niente da fare, per ogni artista, il secondo cd è davvero una dura prova. Poche recensioni fa ho parlato di Damien Rice e del suo flop, ma potremmo elencare migliaia di gruppi e cantanti che con il secondo cd hanno deluso le aspettative di tanti fan desiderosi di un nuovo capolavoro.
Amos Lee, qualche anno fa aveva pubblicato un cd davvero piacevole, che gli ha permesso di andare in tournee con Norah Jones e Bob Dylan, le sue atmosfere soft si adattavano bene per aprire i concerti e quella magnifica Arms of a Woman incantava il pubblico. Con Supply and  Demand, Amos ci riprova e le influenze dei suoi “compagni” di tour si fanno sentire forti, da quelle di Norah in brani come Skipping Stone o in ballate come in Careless, dove tutto ci ricorda troppo Come Away With Me; a canzoni come Supply and Demand dove ascoltiamo un perfetto connubio tra le due influenze, una bella sorpresa dove esplode tutto l’ambient Folk del disco.
La prima parte del cd scorre bene anche grazie a singoli trascinanti come Freedom, ma le ultime canzoni deludono parecchio, sembrano proprio di riempimento: in Night Train e The Wind cita se stesso, ma è con Southern Girl che tocca quasi il fondo, sfornando una canzone senza sapore, ai limiti del pop.
Sembra quasi di osservare un uomo indeciso tra due strade, di fronte ad un bivio, mentre s’avvia prima in una, poi in un'altra strada. Le atmosfere cambiano e Amos non riesce a ritrovare se stesso, riesce solamente ad influenzare di quel poco le canzoni per dargli un tocco di originalità. Nonostante questo l’ascolto è piacevole e fa “ambiente”, da ascoltare durante la giornata ma senza pianole fastidiose; certo, non sorprende quanto il primo, dove si poteva scoprire un artista magari più grezzo, ma puro e sincero.
La blue note continua a dargli fiducia e secondo me fa comunque bene, da quest’ultima fatica discografica si scopre comunque un giovane cantautore alla ricerca della propria personalità, ma con ottimi spunti ed idee per poterci regalare un'altra buona prova come il primo disco.
Non ci resta che aspettare.

p.s.
ma è solo una mia impressione o Sweet Pea è molto molto molto simile a Suzie Blue di Ben Harper??

Tracklist :

1.  Shout Out Loud 
2.  Sympathize 
3.  Freedom 
4.  Careless 
5.  Skipping Stone 
6.  Supply & Demand 
7.  Sweat Pea 
8.  Night Train
9.  Southern Girl 
10. The Wind 
11. Long Line Of Pain

roccheggiato da 0ss0 alle 00:05

Piers Faccini - Tearing Sky
giovedì, 28 dicembre 2006

rock, cantautori, piers faccini commenti (1)

Quante volte m’è capitato di aprire pagine di giornali e leggere di artisti paragonati a Jeff Buckley? Già, quante volte? Se contiamo che ogni volta che spunta un artista soft-rock con una bella voce questa cosa si ripete, potremo farci anche venire la nausea, prendi ad esempio Scott Matthews o Ben Cristopher, due ottimi artisti, per carità, ma giusto il primo con la sua Elusive si poteva quasi quasi avvicinare.
Dico questo perché io non penso di aver trovato il nuovo Jeff Buckley, ma penso di aver trovato qualcuno che è in grado di continuare quello che Jeff stava costruendo con la sua musica, di portare avanti il suo “discorso musicale”.
Lui si chiama Piers Faccini e con questo Tearing Sky m’ha assolutamente colpito. I temi sono tutti per la maggior parte acustici, abbastanza grezzi, e la voce non è certo nemmeno minimamente avvicinabile a quella di Jeff, più che altro sembra un misto tra quella di Jack Johnson e quella del cantante dei Kings of Convenience, ma le atmosfere si, quelle ci sono tutte.
E se ascolti Sketches For My Sweetheart The Drunk ( il doppio di Jeff) e poi ascolti questo sembra quasi che ci sia un filo conduttore. Piers Faccini è davvero una bella scoperta e in giro per il web ci sono anche un paio di suoi live acustici davvero apprezzabili. In molte canzoni vi potrà ricordare anche il caro Ben Harper di Welcome To The Cruel World e forse non è un caso che questo ultimo cd sia stato prodotto da JP Plunier (lo stesso produttore di Ben Harper [prima del declino artistico iniziato con “Diamond on the inside”, prima cioè che Ben decidesse di fare tutto da sé] e Jack Johnson). Al basso e alla batteria due degli Innocent Criminals per le chitarre e l’armonica e la voce e i testi rivolgetevi a Piers. 
Logico che adesso vi aspetterete molto da questo cd, e fate benissimo! Basta ascoltare la romantica semplicità di Walk over to you, o il groove comodo di  Sharpening Bone, o Midnight Rolling dove davvero ricorda troppo il live di Buckley allo Sin-è (con la giusta aggiunta di strumenti vari), o l’incredibile vuoto di Uncover My Eyes, dove la musica di fondo è appena percettibile e la voce sovrasta tutto per la maggior parte del pezzo; ma descrivere tutti gli altri brani è pressoché impossibile dato che ognuno ha una sua propria, piccola, originalità. 
Un cd confezionato a meraviglia, ogni singola canzone ha qualcosa che ti colpisce, senza mai esagerare, con leggerezza…
Per chi vuole trovare le atmosfere soft e avvolgenti di Jeff e le belle basi acustiche del primo Ben mescolate con sapienza e dedizione, adesso, sa dove cercare.

Tracklist :
  1. Each Wave That Breaks
  2. Sharpening Bone
  3. At The Window Of The World
  4. If I
  5. Days Like This
  6. Fire In My Head
  7. Come The Harvest
  8. Midnight Rolling
  9. Talk To Her
  10. Uncover My Eyes
  11. The Taste of Tears
  12. The Road's Not Long
  13. Sons And Daughters
  14. Walk over to you
roccheggiato da 0ss0 alle 21:09

Damien Rice - 9
sabato, 23 dicembre 2006

folk, cantautori, damien rice commenti (3)

Squadra che vince non si cambia, e Damien Rice si presenta dopo due anni con un album nuovo e la stessa formazione dell’album passato.
Il suono non è affatto fresco, per nulla rinnovato, più che altro sembra di ascoltare un b-side del fortunato disco d’esordio “O”.
 Persino la tracklist sembra una fotocopia del primo disco, quando, alla traccia numero 3, c’è Elephant, una canzone davvero intensa e piena di lunge pause riflessive, ma che ricorda davvero troppo la splendida The blower's daughter (sempre traccia numero 3 del primo ciddì).
Questo 9 è comunque un buon disco, capace di creare la giusta atmosfera e in grado di suscitare le giuste emozioni nell’ascoltatore (ma guarda un po').
Ottime anche tracce come Me, My Yoke And I dove Damien s’abbandona ad una chitarra più aggressiva e ad una voce leggermente modificata e canzoni come Dogs  leggermente ritmate e piacevoli davvero all’ascolto, molto semplici.
Questo disco non stanca di certo, ma c’è davvero poco da dire, converrebbe davvero ascoltarsi il primo lavoro di Damien, farsi avvolgere dal suo calore, dalla sua (quasi) perfezione, e poi magari metter su questo, come se fosse un cd delle tracce scartate del primo album, da ascoltare con curiosità magari, ma senza aspettarsi nulla, solamente lo stesso “polpettone”.
Insomma, a me Damien m’ha deluso, da un artista così ci si attende molto, e forse non bisognava nemmeno dare tantissimo, ma a me la minestra riscaldata, o per meglio dire “il polpettone” riscaldato, non va proprio giù.
Non ci resta che sperare in qualcosa di più per il prossimo lavoro, ma dopo quest’annata di concerti sold-out, dopo tutti questi cd venduti, perché il nostro beneamato Damien dovrebbe pensare ad una svolta artistica? Peccato, perché i mezzi, non gli mancano affatto.

Tracklist :

1. 9 Crimes
2. The Animals Were Gone
3. Elephant
4. Rootless Tree
5. Dogs
6. Coconut Skins
7. Me, My Yoke And I
8. Grey Room
9. Accidental Babies
10. Sleep Don't Weep
roccheggiato da 0ss0 alle 12:46