Speciale - Soundlabs Festival 2007 #2
venerdì, 20 luglio 2007

festival, verdena, canadians, art brut, giardini di mirò, soundlabs commenti (1)

Arrugginiti, non del tutto stanchi ma, piuttosto, delusi dalla prima serata di concerti (escluso il buon Marti) e al ritmo di Artibella, quella di Ken Boothe, raggiungiamo nuovamente lo spiazzo antistante lo stadio, molto prima rispetto il giorno precedente, parandosi davanti a noi una giornata piacevolmente lunga e dolorosa. Ovviamente il sole ci ha aspettato senza perdere colpi e il rischio di insolazione, data la distesa di cemento, è alto.

- Canadians -
I primi ad accoglierci al fresco dei loro camerini sono i veronesi Canadians, in formazione completa. Ad auto-proclamarsi portavoce per l’occasione è il bassista, Massimo Fiorio, non senza l’intervento degli altri ragazzi.
Glasshouse: cosa pensate di MySpace?
MF: noi, a differenza di tutte quelle persone snob che dicono che myspace è il male, che bisognerebbe boicottarlo, siamo favorevolissimi (ridendo), ma solo perché c’è tornato utile. Se oggi non fossimo qui a suonare probabilmente diremmo che myspace è una merda, che non serve a niente, però a noi è servito e quindi, ben venga insomma. Se ci fosse servito McDonald’s probabilmente Duccio in questo momento starebbe lavorando al McDonald’s (Duccio ha il cappellino di legambiente e sorride all’accusa propinatagli). Comunque MySpace funziona, ma se sei un singolo non serve a niente a mio parere.
GH: come avete fatto ad emergere dalla massa di myspace?
MF:noi abbiamo avuto la fortuna di esser stati passati su un programma televisivo americano, e da li ragazzini e ragazzatte americani ci hanno aggiunti su myspace. Noi di friend request non ne abbiamo fatte poi molte. Su 4 5 mila “Friends” che segna la pagina, il 90% provengono dagli stati uniti.
GH: siete favorevoli al P2P? vi da fastidio che qualcuno possa scaricare il vostro disco invece che comprarlo?
MF: no assolutamente, lo stanno già facendo. Più che a noi da fastidio all’etichetta.
GH: a proposito di questo, di voi si è interessata anche la Parlophone, è vero?
MF:si però dopo il primo momento di euforia, abbiamo scoperto che Parlophone contatta tutte e cinque le band emergenti che pubblicano settimanalmente su NME, o almeno su cinque tre. ci hanno chiamati chiedendoci tutto quello che avevamo in mano, live, demo e dischi. Ci siamo scambiati qualche mail poi mi sono reso conto che non eravamo dei prescelti ma uno dei tanti, benché i primi in Italia.
GH: cosa pensate di avere di più rispetto agli altri gruppi?
MF: chiaramente.. siamo i più belli (risate generalizzate) e quello secondo me al giorno d’oggi, è fondamentale
GH: non siete raccomandati insomma
MF: no, non credo insomma
Duccio Simbeni: ma anche se fosse, non lo verremo a dire a te
GH: quali sono i vostri obiettivi?
Christian Corso: fare l’attore (risate)
MF: bhè a noi ci basta suonare, fare tanti concerti. Abbiamo fatto un disco che è stato un parto e vediamo di fare tanti concerti ora, poi ben venga un altro disco anche.
GH: domanda piuttosto stupida, perché Canadians?
MF: non è che sia stupida, ma forse ora voi dovreste uscire mezz’ora e poi rientrare cosi possiamo metterci d’accordo
(risa indistinte)
GH: ora una domanda stronza, avete paura del fallimento della band?
MF: mhà, abbiamo raggiunto talmente tanto… io li ammazzo se succede qualcosa

Ci hanno fatto tanto ridere i veronesi nei loro improvvisati camerini, molto meno poche ore dopo, durante il live; non ne abbiamo avuto modo. La serietà delle loro movenze e delle allegate espressioni, nei confronti della loro musica, è qualcosa di dignitoso. Un’esibizione praticamente perfetta, alterata a livello percettivo solo dall’assenza di un grosso pubblico (per usare un eufemismo) che però sembra non averli intimiditi abbastanza . Il gruppo funziona bene, le tracce, anche grazie all’apporto dei fonici del festival, che hanno fatto il loro dovere, sono fedeli alle originali su A Sky With No Star uscito da poco per la Ghostrecords. Un indie pop modesto che non ha la pretesa di voler smuovere socialmente le masse, unicamente avvezzo all’incantevole, apparente, futilità della sua manifestazione.


Ma cala la notte, le luci artificiali si alzano e un’atmosfera industriale (visto il cantiere alle spalle del palco) trabocca di poesia, ambiente accogliente per il secondo gruppo in scaletta. 

-Giardini di Mirò –
La loro fama li precede, è il caso di dirlo. Si mormora in giro, nei sobborghi cittadini, che il gruppo in questione, dal vivo, sia un’esperienza unica, chimica a tratti aggressiva.
Dopo aver fumato qualche sigaretta nel backstage ci ritroviamo tra il pubblico, ancora troppo disperso, in attesa della loro epifania.
Entrano.
Sono uomini. Hanno carne ed ossa e oltretutto si comportano come tali. Ancora una volta dio si preannuncia ma non si fa vedere. A differenza però, di qualsiasi altro uomo, è il loro approccio alla musica a renderli divini. I movimenti, le note, anche la canzone più commerciale della loro intera carriera (Dividing Opinions) rimandano a qualcosa di rarefatto e trascendentale. E come in ogni allegoria celestiale che si rispetti, c’è del blasfemo ma nel senso positivo del termine.
Satana è nelle Vic Firth e nei quattro ride di Lorenzo.
Il concerto è stato indubbiamente il migliore della serata, proprio all’altezza delle mie aspettative ma di dio, non esageriamo, ancora neanche l’ombra (nel caso ne abbia una). 


-Art Brut-
Chiediamo all’organizzatore del festival, se sia possibile fare un’intervista agli Art Brut, dei quali sinceramente, sapevo solo fossero i padri di My Little Brother (risuonata in italiano nella Seconda Rivoluzione Sessuale dei Tre Allegri Ragazzi Morti). La risposta negativa è stata giustificata dal fatto che la band inglese avrebbe preso il volo alle 6 per arrivare in Italia alle nove, giusto il tempo per suonare ed ubriacarsi. Incomincia il Freak Show, la parata di mostri con declinazioni da VIP si sparpaglia sul palco e dalla sinistra del palco si presentano in ordine: una bassista em(o)arginata dal resto del gruppo; un chitarrista platinato, tendenzialmente gay, con le più brutte scarpe di Camdem, un cantante tronfio, munito di monociglio, con annessa camicia arancione e panzetta flaccida da tipico frequentatore di pub inglesi; un chitarrista cotonato, che Robert Smith ne avrebbe avuto molta paura, probabilmente cacciato da poco dai My Chemical Romance; e la chicca della serata, il primo batterista in piedi che io abbia mai visto che alla domanda “perché suoni in piedi” è riuscito a rispondere “seduto mi annoio”. Attenzione alla tendinite.
Stordito dalla parata di strani esperimenti quali sono gli Art Brut e dal ripetitività delle loro canzoni, mi accorgo che sul palco ci sanno stare. Offrono uno spettacolo colorato e folle in cui il cantante si disperde tra il pubblico e sul palco lo intrattiene con incomprensibili monologhi, mentre alle sue spalle i due chitarristi si fanno i dispetti. Si divertono e divertono, credendosi spesso delle star, ma comunque annoiando quasi mai. Di certo ancora non capisco se le canzoni durassero 2 minuti in classico stile “punk-chic” oppure se fossero tutte un unico, lunghissimo pezzo.
Non voglio vedere l’ora di scoprilo.
Escono dalla scena e molte ragazzine li seguono e io chiedo ad Osso “ma sono venute per loro?”


-Verdena-
Poche ore prima, tra il soundcheck e la cena, parliamo con Roberta ed Alberto che, molto affabili, ci concedono un'intervista (che verrà postata nei giorni avvenire, per ovvi motivi di spazio) e qualche polaroid. Mi limiterò in questa occasione a scrivere del concerto. In realtà più o meno tutti abbiamo visto almeno una volta i Verdena dal vivo e credevo fosse difficile doverne parlare per l’ennesima volta. Ma effettivamente qualcosa da dire c’è.
La scaletta presenta delle variazioni rispetto alla formula classica: il concerto apre con Mina e poi si svolge ne Il Tramonto Degli Stupidi, bonus track del vinile di Solo un Grande Sasso, Ultranoia la richiestissima Luna e poi i brani tratti da Requiem, Muori Deley, Sotto Prescrizione del Dott. Huxley, Isacco Nucleare e da Canos Ep, Fluido. In effetti la scaletta è stata piuttosto interessante, se non fosse per il fatto che una strana miscela di inconvenienti tecnici, scazzi con i fonici da parte di Alberto, confusione tra i musicisti mi ha fatto assistere al concerto meno riuscito del trio bergamasco, con errori da dilettanti come per esempio sbagliare gli attacchi collettivi nella conclusiva Was! Ad alienare ancora di più la mia partecipazione, la quasi totale assenza di pubblico, circa 300 persone, non proprio tipica dei loro concerti, con la conseguente impossibilità di pogare e divertirsi. In conclusione un concerto piuttosto mediocre che non tradisce però la crescita musicale che il gruppo ha avuto nel corso degli anni, restando una delle migliori Rock band italiane.


Ci perdiamo in interessanti discorsi culinari con Mirko dei Giardini di Mirò e finiamo per rincasare tardi, finiamo le provviste che potrebbero andare male durante il caldo del viaggio di ritorno e andiamo a dormire pensando già a cosa avremmo riservato nella nostra memoria e cosa sarebbe stato meglio dimenticare. Con l’adriatico alle spalle ci avviamo verso Roma, stando ben attenti a non perdere il Ticket del casello, almeno questa volta.

Photo by Sara Palliccia

roccheggiato da popkillmysoul alle 00:47