The Gutter Twins - Saturnalia
domenica, 16 marzo 2008

soul, rock, blues, the gutter twins commenti (2)

Dal deserto, dalle fogne di una città male odorante, da un suono riverberato e filodiffuso nell'aria satura di gas, è da qui che proviene questa coppia di blattae; esseri scuri e cupi questi primitivi che rifuggono la luce, esseri che tendono alla radice delle cose, conseguenze drastiche di forze sovrannaturali. Cosi figurano i due gemelli di sicuro eterozigoti, con fenotipi caratterizzati da ambienti colmi della propria storia, che collidono andando a formare l'uno l'antitesi dell'altro, fisicamente e vocalmente: il primo Mark Lanegan viene fuori da anni di collaborazioni, tutte più o meno ottime produzioni: Queens Of The Stone Age, Isobel Campbell, Soulsaver, una canzone per la colonna sonora di I'm Not There, senza considerare gli svariati dischi solisti, quelli nei quali il suo stesso nome ha dato nome alla band e infine non dimenticando gli Screaming Trees. Alto, slanciato, una voce cosi profonda da non poter essere contenuta nel suo esile corpo corrotto da sostanze illecite; l'altro è Greg Dulli, storia negli Afghan Wings, presente nei Twilight Singers e collaboratore/produttore, affianco agli Afterhours di Manuel Agnelli. Sovrappeso, non troppo alto, una voce acuta ed acida molto volubile ma anche molto grezza. Fratelli anche nel parallelo uso indiscriminato di droghe, eroina il primo e quant'altro il secondo.
Il tutto si confà ad un disegno già studiato e pianificato, circa cinque anni fa, per la produzione di un disco che ha avuto origine nel lontano 2003 in concomitanza con le feste pagane romane, dalle quali poi il disco ha tratto il suo nome; Saturnalia.
Sarebbe scomodo parlare di quante cose abbiamo fatto i due eclettici artisti negli ultimi 5 anni, in poche righe, ma il risultato è che per loro la musica è questo, condividere esperienze.
Da questa teoria nascono quindi i Gutter Twins, i gemelli delle fogne, che si presentano al pubblico per la prima volta a Roma nel 2006, in occasione del tour di Ballate per piccole iene degli italici Afterhours, stupendo i presenti anche grazie alla cover dei Queens of The Stone Age, Autopilot, Rilasciano il 3 marzo per la Sub Pop questo loro primo lavoro, che sembra perdersi nella sua stessa ombra.
Una miscela di Blues, rock puro, quello dell'america centrale, con echi Gospel e Soul tipici della carriera di Lanegan, due voci che si incastrano perfettamente, trovano la bellezza in un luogo che ha bisogno di otto minuti di esposizione per essere visto.
L'accordo di chitarra iniziale della opening track,
The Station, accompagnata da violini in trasparenza, accomoda l'entrata in scena della voce baritonale di Mark che tutto fa pensare tranne che all'ilarità tipica di feste pagane condite di vino e canti. Il parallelismo è efficace; c'è il difficile compito di restaurazione rock, nell'intera tracklist che passa dal blues di Who Will Lead Us? Al tentato soul di I Was in Love With You, nel quale le redini vengono prese con forza per reindirizzare l'idea di rock verso la loro, più nitida e forte perché costruita nel tempo. Influenze derivate da esperienze musicali, difficili da unire in un solo disco, scrivono nella storia il manifesto di un rock che va perdendosi nel tempo, fissando paletti inesorabili e talvolta molesti.
I nostri, sfoggeranno la loro sporca eleganza il 23 di aprile a Roma, ospitati dall'Alpheus ed il 24 Aprile al Musicdrome di Milano, basterà placare l'attesa.


tracklist
1.    The Stations

2.    God's Children
3.    All Misery/Flowers
4.    The Body
5.    Idle Hands
6.    Circle the Fringes
7.    Who Will Lead Us?
8.    Seven Stories Underground
9.    I Was in Love with You
10.  Bête Noire
11.  Each to Each
12.  Front Street

roccheggiato da popkillmysoul alle 16:18

The Grinderman - The Grinderman
martedì, 20 febbraio 2007

rock, blues, the grinderman commenti (2)

Nel ‘ 72 uscì Transformer di Lou Reed. Non riesco ad immaginare cosa abbiano provato tutte quelle persone che comprandolo, dopo magari essersi accampati per giorni davanti al negozio di dischi, e successivamente ascoltandolo, si siano ritrovate nella testa canzoni come A Perfect Day. Credo l’effetto sia lo stesso nel caso del Grinderman di Nick Cave, o forse il mustacchione Nick ha proprio basato l’idea del disco, sul riproporre un evento del genere alle nuove generazioni, quelle dell’I-pod e della musica di massa accessibile a chiunque. Questa pseudo riflessione è sorta in me, dal momento in cui, alcuni pezzi di questo disco, mi han ricordato proprio quelle ballate melodiche di venti e passa anni fa, in confronto solo poco più divertenti. Sono dell’idea che comunque, il rock ha un percorso, un percorso che è in conflitto con il superare il quarantesimo anno di età dove molti, si fanno prendere da pantaloni di lattice o simil pelle, per potere affermare “ho 70’ ma il mio culo ancora regge il palco” nel senso marmoreo del termine. La vecchiaia si sente, ma si ripropone nel buon odore di muschio, Cognac invecchiato e sigari, con nessuno spunto evoluzionistico o sperimentale. Il ricordo del blues in presa diretta è molto forte e ad affermarlo è anche la presenza nella band di vecchi nomi, passati tutti sotto lo pseudonimo di Bad Seeds, stretti collaboratori di Nick Cave dal 1984,    

Il primo singolo estratto dal disco, che porta lo stesso nome del gruppo che lo suona, è No Pussy Blues, “Blues senza figa” è un blues molto energico ma malinconico. Il pezzo preferito da me ascoltatore e per nulla a conoscenza di vecchi lavori di Cave, è Chain Of Flowers, una bella ballata melodica, di quelle che fan piacere. Punto fermo del disco è la quasi totale assenza di melodia, che rende il tutto meno preciso di quanto in realtà possa sembrare. Una nota sicuramente dolente: il rumore , cosi oserei chiamarlo, in Honey Bee, un noiosissimo “Bzzzzzzzz” ritmato. Ma non demordete, per distrarvi, in quei momenti, cercate il vuoto tra le note.

 tracklist
1.Get It On
2.No Pussy Blues
3.Electric Alice
4.Grinderman
5.Depth Charge Ethel
6.Go Tell The Women
7.(I Don't Need You To) Set Me Free
8.HoneyBee (Let's Fly To Mars)
9.Man In The Moon
10.When My Love Comes Down
11.Love Bomb

roccheggiato da popkillmysoul alle 21:13

P J Harvey - The Peel Session 1991-2004
martedì, 06 febbraio 2007

blues, indie, p j harvey commenti (2)

Chi è John Peel. John Peel è un disc Jokey, o meglio lo è stato, e anche un giornalista e un presentatore. Pioniere del reggae e del punk in Inghilterra, comincia la sua carriera in una “Radio Pirata” londinese fino ad arrivare alla BBC. Proprio negli studi della BBC l’apprezzato DJ da vita una serie di registrazioni, utili a spronare le persone a comprare musica, invece di copiarla o passarla di mano in mano. Queste sessioni composte generalmente da 4 pezzi, da prima servivano a promuovere nuovi artisti ma con l’andare avanti degli anni nomi sempre più importanti del panorama musicale mondiale si fecero spazio. Tra questi AC/DC, Aphex Twin, Syd Barret, Nick Cave, Pink Floyd, Cure e molti, molti, molti altri (http://en.wikipedia.org/wiki/Category:Peel_Sessions_artists) tra tutti questi, ultima in apparizione, anche per commemorare la morte di Peel, avvenuta nel 2005 a 65 anni per un attacco di cuore, c’è Polly Jean Harvey con il suo Peel’s Session 1991 – 2004, e con la sua dieta esclusiva a base di patate.

La prima di nove registrazioni, risale al 29 novembre 1991, appena uscito l’album Dry che proprio grazie all’effetto ottenuto ebbe un successo inimmaginabile. Negli anni, le registrazioni, cosi sincere, in presa diretta, senza possibilità di sbagliare, vennero accumulate e quindi pubblicate solo ora a due anni dalla scomparsa del caro vecchio Peel. Per assaporare di preciso la valenza fisica, dei brani registrati basta ascoltare Dry, l’album di debutto, che ha come pezzo di apertura cproprio quella Oh My Lover della sessione di Peel e sentire come tutto reagisca in modo più violento e secco, rispetto alla precedente versione. Il disco da spazio a reminescenze di ritmi antichi, suonati da Rob Ellis e a alcune di quelle canzoni considerate negli anni b-sides, e ad una cover di Willie Dixon  Wang Dang Doodle. Un disco incredibilmente bello, non soffocato dall’età, che rivela le parti più intime e quelle più violente della Harvey non matura,  ma conformemente lucente.

L’unico rammarico, la non incisione di pezzi come Shame o A Perfect Day Elise, che personalmente considero due dei più bei pezzi interpretati da voce femminile dell’ultimo decennio.
 

tracklist

1. Oh My Lover 29.10.01
2. Victory 29.10.01
3. Sheela-Na-Gig 29.10.01
4. Water 29.10.01
5. Naked Cousin 2.3.93
6. Wang Dang Doodle 2.3.93
7. Losing Ground 5.9.96
8. Snake 5.9.96
9. That Was My Veil 5.9.96
10.
This Wicked Tongue 10.11.00
11. Beautiful Feeling 10.11.00
12. You Come Through 16.12.04

roccheggiato da popkillmysoul alle 00:17

Tom Waits - Orphans..
venerdì, 15 dicembre 2006

blues, tom waits, ballads commenti (6)

OrphansLe attese sono state ripagate, una raccolta in pieno e inconfondibile stile Waits!
Data l'immensità di quest'opera spero di riuscire a parlarne senza rovinare nulla!
Orphans (Brawlers, Bawlers and Bastards), tre cd divisi per "stile", 3 ore di musica, 56 pezzi di cui 30 inediti, quasi 100 pagine di booklet.
Dietro a questo triplo (non chiamatelo cofanetto, ché Tom s'incazza), c'è un lungo lavoro di selezione dei brani, operato insieme alla moglie Kathleen, che ha co-prodotto e co-firmato diversi suoi lavori.
Effettivamente è una raccolta sconfinata, vi sono racchiusi tutte le comparsate e le partecipazioni a colonne sonore cinematografiche e teatrali, pezzi scritti per altri autori, pezzi tributo (avete presente la canzone dei sette nani? Ecco, ho detto tutto), outtakes di alcuni cd apparsi in qualche bootleg.
La divisione in tre cd ha il suo perchè, innegabile. Mi è qui impossibile descrivere ogni pezzo, perchè ogni pezzo ha una sua storia, e non voglio parlare troppo rischiando di rendere pesante sia la lettura che l'ascolto.
Brawlers (i pezzi "attaccabrighe"), blues rauchi e sporchi, riconducibili al periodo Swordfishtrombones e praticati con assiduità fino ai lavori più recenti, in cui Lie To Me, il primo pezzo, è fortemente esplicativo, oltre che esplosivo.
Il secondo disco, forse il più emozionante, Bawlers, le ballads "strillone" e senza tempo, il romanticismo selvaggio di Waits, fatto di tristezza e di quella voce che sembra provenire da lontano, dolci ninnananne  e malinconici lamenti urlati alla luna. Una nota merita You Can Never Hold Back Spring, colonna sonora de La Tigre e La Neve di Benigni.
Nel terzo disco, i brani sono veri e propri Bastards, sono sparsi, strani, divertenti (la sopracitata canzone dei sette nani Heigh Ho, uscita precedentemente in un tribute alla Disney), molti sono recitati, tanti di questi sono delle autentiche chicche per i fans. Troviamo un po' di tutto, dai Ramones a Bukowski e Kerouac.
In conclusione questo triplo è abbastanza impegnativo all'ascolto, diverso nelle sue tre parti e per questo adatto ad ogni occasione.
Credo possa avvicinare sia i vecchi amici di Waits, sia i nuovi fan, sia chi lo ascolta per la prima volta.
Un lavoro senza tempo, un tesoro fatto da piccole perle tutte da assaporare, pressochè perfetto.
roccheggiato da hedgehog alle 18:00