alternative, rock, funk, electro, zeroin commenti

Ancora la Subsound Records al veglione delle novità musicali in casa GlassHouse e dopo il grounge-core di Aquefrigide, l’industrial dei Deflore, i quali han presentato da poco all’Init di Roma il nuovo Egodrive e il post rock dei Tomydeepestego (To My Deepest Ego per chi, come me, credeva che le prime quattro lettere componessero un nome proprio di persona), è la volta degli emiliani Zeroin e del loro sound che si rifà con attente riflessioni elettroniche a quelle sonorità americane riconducibili all’età d’oro del nu-metal, quello con venature dark, capitanato da gruppi come Cold, Drowning Pool e Disturbed, ma allo stesso tempo anche al lato più noise e sperimentale dei Dredg, con annessa, in alcuni casi, una buona calibratura industrial; il tutto dona al gruppo capitanato da Manuel Ciccarelli, l‘aplomb di chi sa come pretendere che i confini musicali debbano essere espiantati, proponendo un insieme tranquillamente confondibile con qualsiasi altra nazionalità musicale. Sinceramente ho avuto non pochi problemi con questo disco, anche perché è stato difficile superare la terza traccia; le solite chitarre parevano, la solita voce modaiola pensavo, ma superando quella terza traccia, che ora, dopo dieci giorni, considero una delle migliori nel disco, si scopre un mondo che dista miglia dalla prima impressione. La forza di questo disco sta nel fatto che, essendo un riassunto artistico di precedenti esperienze, l’omogeneità vacilla pericolosamente sopra un cratere di noia e perdizione, ma riconoscendo poi un equilibrio disarmante, che di quel sound sembra sfruttare tutto in tutta la sua ampiezza, il risultato appare ricco, con tutti i significati intrinsechi che queste parole possono celare, ma di certo non discontinuo.

Malinconici e surreali in ambientazioni a tratti futuristiche, alternano le sfuriate rock della traccia di apertura Introspectshow e della martellante Our Last Day In The Desert, che per nessun motivo sembra una canzone da disco di debutto, alle melodie morbide di brani come Allure, 2cerebrate, che inneggia in modo commovente ai Nine Inch Nails, e Uncatchable. C'è sicuramente qualcosa da imparare nel rifacimento di Cowboys, dei Portishead da veri feticisti.

È una tracklist che non può non partorire una felice e folta schiera di estimatori.

Nuove risoluzioni unite ad un background culturale/musicale sicuramente molto ampio, danno vita ad un disco che soddisfa i capricci di chi sostiene che l'innovazione si stia rallentando ma soprattutto di chi crede ancora in zelanti chitarre alla ricerca di quei pochi vetri rimasti da incrinare. The Death Of a Man Called Icarus, è il disco che ogni gruppo esordiente (inserito nel medesimo genere) dovrebbe registrare; un'ottima presentazione che impone aspettative altissime rispetto alle prossime produzioni, ma se la naturalezza che nel disco sembra radicata, continuerà a persistere, sarà difficile deludere.

Tracklist:
01. Introspectshow
02. Cowboys
03. Our Last Day In The Desert
04. Allure
05. Viremia
06. It Concerns You
07. Traveller
08. 2cerebrate
09. Shaking Black Picture
10. Uncatchable
11. Newropathy
12. Out Of Sight
13. Death Of A Man Called Icarus

roccheggiato da popkillmysoul alle 11:54

Mars Volta - The Bedlam in Goliath
sabato, 02 febbraio 2008

post rock, alternative, rock, prog, mars volta commenti (1)

Immensi territori messicani, polvere, vento, studi di registrazione dispersi; fuori, l'unico segno di modernità è il distributore di bevande e sacchetti di patatine, da qualche giorno ci sono anche bastoncini al cioccolato.
Dentro, lo studio è grande e ospita otto persone, varie etnie, varie idee, grande coesione sul concreto. Alcuni dicono siano inarrivabili, altri li snobbano, qualcuno è deluso, ma la maggior parte vorrebbe assistere alle prove, registrare e conservare tutti gli attimi di una band che in questi anni, sta dimostrando di avere cuore e cervello, di sapere dove mettere le mani.

Così i Mars Volta, distruggono le certezze sul loro passato At Drive In e sistemano altri mattoncini per ciò che stanno costruendo; l'impressione, è che siano liberi.
Dopo il primo, fantastico De-Loused In The Comatorium la band esplora territori decisamente progressive con i due album: Frances The Mute e Amputechture; il primo dei due non entusiasmante a mio parere poiché, tolto qualche punto di picco davvero interessante e coinvolgente, rimane un album di sperimentazione troppo ardita dove i punti d'arrivo sono sfocati, il secondo dove la consapevolezza progressive del gruppo è più solida, le idee più chiare e di conseguenza l'album suona maturo, compatto, geniale a tratti, interessante ad ogni nuovo ascolto.

Arriviamo al duemilaotto con The Bedlam in Goliath, album che segna il ritorno della band sulle scene internazionali con la stessa formazione di otto elementi che dal duemilaquattro infiamma i festival di tutto il mondo; unica sostituzione il batterista Jon Philip Theodore, licenziato dai leader del gruppo Cedric Bixler Zavala e Omar A. Rodriguez-Lopez per scarso impegno e costanza; al suo posto il disumano Thomas Pridgen batterista della famiglia dei Octopodidae, si, la stessa delle piovre. Questo cambio non influenza però le tipiche ritmiche della band caratterizzate da frequentissime rullate e un uso dei piatti sconvolgente e basta ascoltare il singolo Wax Simulacra per rendersi conto delle eccezionali doti di Thomas: concentrarsi sulla batteria in quel pezzo non fa altro che lasciarti disarmato ed attonito di fronte a tanta potenza e controllo.
I Mars volta con quest'album ammiccano al passato e guardano al futuro come non avevano mai fatto prima: tornano alla melodia, alle canzoni da trasmettere in radio, ma la loro evoluzione progressive spunta ogni tanto fuori e la tracklist è satura di brani decisamente più duraturi ma che si fanno ascoltare con piacere. L'organico permette di spaziare ed è Adrian Terrazas-Gonzales, l'addetto ai fiati che risulta decisivo e quantomai caratterizzante.
Di canzoni palesemente sopra ogni standard ce ne sono davvero a bizeffe: l'orecchiabile Agadez; l'epica Ouroborous e la confusionaria ma affascinante Ilyena (dieci e lode al finale); con Goliath toccano forse il cielo con un dito, tanto si sono innalzati; Torniquet Man, breve ma apprezzabilissima, criptica; il finale da brivido di Cavallettas; Shootsayer, finale perfetto con tanto di archi e coro un po' alla Requiem; Conjugal Burns che appare un po' come una traccia bonus, meravigliosamente morbida, l'avrei tenuta come traccia fantasma riservando a Shootsayer il finale.
Finito l'ascolto rimane chiaro che la band abbia puntanto molto di più sull'orecchiabilità dei pezzi, ma questo,  per loro, è un semplice dettaglio: i pezzi non hanno nulla di semplice e immediato, è la loro eccessiva competenza e bravura a farli sembrare tali.

I Mars Volta affermano ancora una volta di essere di quelle band, come i Radiohead, che ti spiazzano sempre all'ultimo; quelle band che sai perfettamente come si muovono, ma trovano sempre nuove forme per farlo.
Si, un po' li amo.
(Sito Ufficiale, Myspace)

p.s.
Cliccando su alcune tracce della Tracklist potrete scaricare direttamente i videoclip. Scommeto che, al termine della visione, non potrete fare a meno di dire: "questi sono pazzi!"

Tracklist:
  1. Aberinkula  
  2. Metatron
  3. Ilyena
  4. Wax Simulacra  
  5. Goliath  
  6. Tourniquet Man  
  7. Cavalettas  
  8. Agadez  
  9. Askepios  
  10. Ouroboros  
  11. Soothsayer  
  12. Conjugal Burns


roccheggiato da 0ss0 alle 15:37

Foxy Shazam - Introducing
giovedì, 31 gennaio 2008

alternative, rock, foxy shazam commenti

Ritrovandosi a contatto con nuovi gruppi e nuovi dischi ogni settimana, è necessario per la propria sopravvivenza mentale, un metodo di catalogazione e di critica semplice, ma applicabile in ogni circostanza. Una delle parti fondamentali di questo metodo è andare su YouTube e ricercare qualsiasi referto visivo riguardante l’oggetto in questione, tentando di apprendere più informazioni possibili nel minor tempo, perché la musica, fortunatamente, è anche associazione ad immagini. Nel caso dei Foxy Shazam è stato fondamentale il passaggio di cui sopra. Il primo ascolto di Introducing, che segna l’esordio per il gruppo di Cincinnati, Ohio, fa rimanere spiazzati; forse per la“particolarità” dei brani, che non presentano quasi mai la struttura verso-ritornello-ponte, forse per l’incontenibile (ed incontrollata) energia che sprizza ovunque, ma forse anche perché un tango cosi hardcore non si era mai ascoltato. Proprio per questo motivo l’apporto video è stato fondamentale per ridimensionare la situazione, per dare un volto a quelle note e per dare una grandezza a quel mondo che non sembra avere muri, se non di voci tendenzialmente gospel; cosi, con il video di A Dangerous Man, si intuisce facilmente che Eric Sean Nally, il frontman (gli altri componenti non sono da meno), è veramente un coglione, nel senso neo-romantico del termine.
Il suono è sicuramente radicato nel rock’n’roll d’annata, come il vino, che ha il suo picco di qualità poco prima del conseguente lento decadimento, miscelato ad un sound prettamente hardcore, di nuova generazione, dando alla luce un risultato non molto distante dalla perfezione. Ma la bottiglia è stata aperta troppo presto; la scarsa maturità del gruppo ha messo in gioco troppi suoni, troppe idee che comunque, delineano un possibile buon futuro. I problemi relativi alla prematura degustazione sono evidentemente due: il primo è che in uno scenario ormai saturo di marionette emo-core, alcune parti delle canzoni (perché in effetti ogni canzone è composta da più addendi alle volte poco amalgamabili) si collocano nelle vicinanze di gruppi come 30 Seconds to Mars o My Chemical Romance, e questo, a me, dispiace; il secondo è che i vari strumenti, tra di loro, non sanno dare il sapore di una collaborazione ma di 5 dischi solisti uniti per celebrare qualsivoglia evento pagano, come nel caso del tastierista Schuyler Vaughn White, che rende lo strumento (il pianoforte) più nobile tra gli strumenti un’arma ossessiva, pressante e solo in alcuni casi melodica, e del cantante che di certo fa parte della famiglia dei tetradontidi, visto che da un momento di totale malinconia melodica, passa di scatto ad urli distruttivi provenienti dal profondo del suo stomaco.
Il primo brano, Introducing Foxy, alterna il groove gitano dei Gogol Bordello ai riff pressanti degli Incubus di Make Yourself, con suadenti zampilli gospel qui e là. L’accompagnamento di pianoforte inziale di The Rocketeer ricorda molto il cabaret punk, descritto in Yes, Virginia, dei Dresden Dolls e se è vero che ogni brano suggerisce immagini, in questo (almeno per quanto riguarda la prima parte), due punkabbestia che ballano del sensuale tango, sarebbero perfetti. Passando poi per brevi e involontari omaggi ai fratelli White, si arriva al primo singolo, A Dangerous Man, che potrebbe essere classificata come la Hit Single, per facilità di comprensione. Ancora, da considerare buone proposte, la ballata romantica A Black Man’s Breakfast nella quale si sentono le influenze di Freddy Mercury, la tiratissima e arabeggiante It’s Hair Smelled Like Bonfire, transitando poi per lo stoner rock di Yes!Yes!Yes! e il pop rock di Cool.
Nel complesso, nonostante i due punti che potrebbero essere chiamati difetti, il disco è interessante, da ascoltare, può essere considerato tranquillamente la traversa che unisce strade musicalmente parallele, che mai si incontreranno.
Il prossimo disco, ne son certo, mostrerà in modo chiaro al mondo, le affascinanti doti creative e compositive di Nally e dei suoi compagni, nel pieno gusto dell’autocontrollo. Speriamo.


tracklist

1. Introducing Foxy
2. The Rocketeer
3. A Dangerous Man
4. The Science Of Love
5. A Black Man’s Breakfast
6. It’s Hair Smelled Like Bonfire
7. Red Cape Diver
8.
Yes! Yes! Yes!
9. Ghost Animals
10. Cool

roccheggiato da popkillmysoul alle 22:00

Tomydeepestego - Odyssea
venerdì, 18 gennaio 2008

post rock, alternative, tomydeepestego commenti (2)

Marzo 2007; i Tomydeepestego entrano negli studi romani Hombrelobo per registrare il loro primo LP
Settembre 2007; esce per la Subsound Records, Odyssea.
Gennaio 2008; ascolto il gruppo di Roma con totale interesse: si scoprirà meritato.

Piove, forse grandina, ed è la serata ideale per conoscere meglio i Tomydeepestego, che per la Subsound Records, casa madre di Deflore e Aquefrigide, danno alla luce il loro primo LP; Odyssea.
Leggendo la tracklist sorge già spontaneo il dubbio che sotto questo lavoro, si nasconda un concept già sicuro di sé, assistito anche dalla promettente grafica, curata da Seldon Hunt, inserita in un comodo digipack. Ma vado oltre e inizio ad ascoltare ciò che poche ore prima risuonava nell’aria senza sapere dove andare a parare. l'intento dei TMDE è esprimere sensaizoni in un musica, in sola musica, con la capacità di sintetizzare gli Isis di Aaron Turner, i californiani Neurosis, nella visione più adatta ad un tipico ascoltatore dei Mogwai, il tutto fatto soffriggere con non poco romanticismo. Anche se, in alcuni casi, sembra di ascoltare i Creed, questa sensazione viene soffocata da una ripetitività ritmica paradossalmente rinfrescante, che permette il comodo ascolto dei sessanta minuti del disco, dilatati in solo otto tracce. un disco prodotto in collaborazione con Davide Cantone e che vede come ospite nella quinta traccia (secondo me la migliore di tutto il disco), Liver, la viola del maestro Leonardo Li Vecchi. Essendo un disco strumentale, la mancanza del cantato è difficile da superare soprattutto perchè, ogni traccia, è un comodo appoggio di qualsiasi base vocale. Accordi molto distesi e aperti si alternano alle chitarre stoppate con totale naturalezza, e proprio la prima traccia Euskadia, apre, come ormai ci ha viziati la Subsound, con un riff potente, ma comunque morbido. a circa metà dei nove minuti della canzone, un arpeggio nitido di chitarra apre le vie ad una marcia, che vagamente ricorda i Giardini di Mirò, per poi concludersi nuovamente in un riff molesto ma rigido nella sua struttura. l'inizio della seconda traccia Mizar, ricorda vagamente i Pearl Jam di Yeld, ma è solo un'illusione: nel più classico post rock nostrano sviscerano undici minuti, caldi, sinuosi e affabili. Il disco si snocciola poi tra i ricordi dei primi Dredg, quelli di Lietmotif, di Pelican e sonorità vagamente distorte da Tool e A Perfect Circle, fino ad arrivare alla chiusura, Crepuscolo, dove le chitarre distorte lasciano posto ad un rullante reverberato e ad un lontano suono di arpeggi passionali.
i TMDE fin'ora han aperto concerti di Cult Of Luna, Red Sparowes e Fu Manchu, ma chiunque ascolterà, capirà quanto per loro ci sia la possibilità di andare avanti e di crearsi degli spazi propri
il prossimo concerto in capitale avverrà il 16 Febbraio, all'INIT per il Release Party di Egodrive, il nuovo disco dei Deflore.

tracklist:
1. Euskadia
2. Mizar
3. Ius Primae Noctis
4. Renovatio
5. Liver
6. Tora
7. Mediterraneo
8. Crepuscolo
roccheggiato da popkillmysoul alle 00:41

Altro - Aspetto
martedì, 13 novembre 2007

altro, punk, alternative, indie commenti

In una cantina illuminata a neon, piena di fogli sparsi a terra, polvere e una piccola finestrella che da sulla strada gli Altro, a Pesaro, provano i loro pezzi; dalla finestrella esce il loro suono, strano, diverso, rabbioso, vitale.
La gente che passa ascolta e pensa ad un gruppetto, pensa a qualche pazzo che urla: “da quando ho fatto la pace con il mio passato, ho preso un libro sui templari!”; passa e non si sofferma ad ascoltare l'immensa gioia e meraviglia di questo gruppo che di convenzionale non ha niente.

Gli altro sono concentrato di schiettezza e fantasia, sregolatezza e genio ed è con il precedente cd, Prodotto, che me ne innamorai; ventuno minuti durava, perché le tracce degli altro superano difficilmente i due minuti ed è forse per prendere in giro o un adeguarsi a questa società, che non ha tempo per ascoltare un intero cd senza cambiare traccia, o senza sfogliare le cartelle mp3, anche in macchina.
Così gli Altro si muovono nella musica Italiana come fantasmi: pochi live in giro per la penisola; c'è chi ne parla malissimo delle loro performance dal vivo, io aspetto che passino a Roma per valutare, ma sinceramente non m'aspetto una forma così standard come siamo abituati: m'aspetto l'imprevedibile, m'aspetto quello che gli Altro m'han abituato ad aspettare.

Questo Aspetto esce non più per la Love Boat, come per i precedenti due cd e vari EP della band, ma è prodotto dalla più grande e conosciuta Tempesta, quasi a sottolineare l'importanza di un gruppo così fondamentale nel panorama musicale italiano. Gli Altro sono maturati anche musicalmente: chitarre più varie e sature di riverbero e di corde suonate fino allo spasmo, il basso è energico e invita alla gioia danzereccia, la batteria è più accattivante, si fa sentire ed esalta ritmi nuovi, meno consueti; i testi ti perforano il cervello, ti si stampano in testa e non passa molto tempo che ci trovi anche una tua personale interpretazione.
Ammetto d'aver apprezzato molto di più Prodotto, per l'immediatezza; Aspetto è più riflessivo, più ingarbugliato ma dopo qualche ascolto suona familiare e sei già pronto ad urlare insieme ad Alessandro (voce e chitarra) tutti i testi; tra le migliori di quest'album sottolineo Canzone di Andrea, Colpito, Passato e 31/12 (video) che è forse la traccia di connessione tra il precedente lavoro e quest'ultima sfornata.
Gli Altro mettono a segno un altro colpo, distinguendosi con classe e naturale disagio in un panorama musicale davvero troppo standardizzato, si distinguono persino nell'unica traccia da tre minuti e mezzo, Stefano, dove i campionamenti di quattro chitarre creano labirintite ed è il basso a dare stabilità al tutto.

Eclettici, meravigliosi, passionali e tanto Altro.
(Sito Ufficiale, Myspace)

Tracklist :
  1. Canzone di Andrea
  2. Quadro A
  3. Federico
  4. Ramirez
  5. Smettere
  6. Colpito
  7. Passato
  8. Barnaba
  9. 31/12
  10. Chiuso
  11. Stefano
roccheggiato da 0ss0 alle 13:28

Radiohead - In Rainbows
domenica, 28 ottobre 2007

alternative, rock, radiohead commenti (6)

- Popkillmysoul -
Ogni disco dei Radiohead è una gioia collettiva; è difficile trovare appassionati di musica che non ne sappiano nulla. Per me personalmente è stata un’attesa frustrante, tra la curiosità ossessiva e il sentimento fiducioso di non vederli fallire. Cosi è stato. Ancora un ottimo colpo per la ditta Yorke & Co., che partorisce un disco sicuramente meno omogeneo rispetto al precedente Hail To The Thief, caratterizzato da ritmiche e sonorità piuttosto minimal e di certo non precursore di nuovi accorgimenti musicali, ma che tira fuori, con classe, quel che il gruppo sa fare meglio. Unica mia percezione negativa, è che probabilmente i cinque inglesi, per non rischiare di cadere nel ridondante sfruttamento di basi elettroniche, han composto una tracklist che in alcune delle proprie fasi, a mio giudizio, sembra disomogenea. Dovendo citare i pezzi meglio riusciti: Bodysnatchers, che rimanda con quella batteria cosi acustica, al vecchio sound, Videotape e in assoluto House Of Cards, protagonista invasiva di molte serate pre-invernali.

Ottima, infine, la scelta della distribuzione online e dell’autoproduione 
 
 4.5/5

- Fausto Marrone -
Per il semplice fatto di non essere mai stato un fan isterico dei Radiohead, ma solo un sincero ammiratore, per il semplice fatto di non aver mai pensato che fossero il più grande gruppo di tutti i tempi come molti fan isterici pensano, ma solo uno dei gruppi più importanti e innovativi degli ultimi dieci anni credevo di poter recensire In Rainbows senza pregiudizi, in modo distaccato e oggettivo. Povero illuso... A metà disco non ho potuto fare a meno di chiedermi dove era il cd di Amnesiac, dove avevo messo Ok Computer e dove Kid A. Deluso dall'ascolto e da me stesso, ho fatto passare un po' di tempo e ho sbollito ascoltando gli immortali capolavori dei Radiohead del passato. Poi sono tornato a In Rainbows. Una nuova rivoluzione in musica era umanamente impossibile, la rivoluzione questa volta è stata nel modo di lanciare il disco. La storia la sapete tutti. E forse questa rivoluzione sarà ancora più importante, un gesto politico che potrebbe avere un seguito clamoroso. Grande! Tom Yorke ha tutta la mia stima, come artista e come uomo. Uno con le palle, cazzo! Uno libero. Talmente libero da prendersi la libertà di fare un disco semplice, intimo, sincero, diretto, solare (si può dire solare dopo Radiohead?). Un bel disco di raffinate canzoni pop anziché il tanto atteso capolavoro del decennio. Ma di quest'opera sconvolgente io non ne sentivo il bisogno, e neanche lui a quanto pare. Per questo ho apprezzato. Mica è facile fare il genio per tutta la vita, a tutti i costi. Ci sono momenti e momenti. E questo era il momento di In Rainbows. Pazienza per i fan isterici. Io, da semplice ammiratore (visto che sbavo per tutt'altra musica) continuo a pensare che Tom Yorke è un gran fico. E mi godo In Rainbows, che non credo mi sorprenderà mai ma che cresce ad ogni ascolto. Ti pare poco...

3.5/5

- OssO -
Ascoltando House of Cards la sensazione è sempre più evidente.
Già me li immagino i Radiohead in una stanzina dai bei tappeti e dai divani comodi, con le loro chitarre ed effettini in mano a chiacchierare e ridere, a sorseggiare the al limone in tazze bollenti.
Quest'ultimo disco dei Radiohead sa d'intimità, sa di domestico, sa di piccolo nucleo.
E' un disco che forse mostra come non mai il lato umano della band, con semplicità.
Le idee ci sono come sempre, brillanti, geniali, coinvolgenti e deliziose; anche se non è il disco rivelazione e rivoluzione che tutti si aspettavano e forse, la forza del disco, sta anche in questo. Questo stupore costante per canzoni senza tantissime pretese, ma oneste, ben strutturate e con i giusti accorgimenti ed arrangiamenti e la voce di Thom che ti culla e conquista
Non sarà un capolavoro, o il miglior album della band (che per me rimane Amnesiac), ma è sicuramente uno degli album più immediati e più fruibili che abbia mai sentito da parte di questo meraviglioso gruppo.
E poi, diciamocelo con sincerità, ma Nude, All I Need e Weird Fishes\Arpeggi, non sono piccoli capolavori?

4.5/5

Tracklist :

  1. 15 step
  2. Bodysnatchers
  3. Nude
  4. Weird Fishes\Arpeggi
  5. All I Need
  6. Faust Arp
  7. Reckoner
  8. House Of Cards
  9. Jigsaw Falling Into Place
  10. Videotape

roccheggiato da 0ss0 alle 15:13

Arcade Fire - Neon Bible
domenica, 23 settembre 2007

folk, alternative, pop , arcade fire commenti (2)

Faccio mea culpa perchè era troppo tempo che mi ripromettevo di colmare questa grave lacuna di Glasshouse: non aver ancora parlato degli Arcade Fire, semplicemente il gruppo più entusiasmante degli ultimi tre anni, per chi scrive.
Meglio tardi che mai, comunque, ed eccomi qui a parlare di Neon Bible, uscito nei primi mesi dell'anno a distanza di tre anni dal suo predecessore, quella meraviglia che risponde al nome di Funeral, un disco d'esordio capolavoro che lanciò l'ensemble di Montreal, Canada, nell'olimpo della indie-rock, una miracolosa ventata di freschezza che nel 2004 irruppe nell'universo della musica alternativa spazzando via le certezze di decine di presunte new sensations che ogni anno provano ad imporsi, un piccolo miracolo che pesa come una spada di damocle su un gruppo uscito praticamente dal nulla che deve dare alle stampe un secondo disco.
Ebbene, questa incredibile banda di dandy scatenati (otto elementi fissi, guidati da Win Butler e Régine Chassagne, più diversi musicisti che spesso li accompagnano in tour suonando gli strumenti più strani: praticamente un'orchestra rock) si sono presi tre anni per dare un degno seguito a Funeral, per non fallire, e il risultato è una piacevole conferma del talento e della genialità che ormai ci si aspetta da loro.
Il loro sound è unico, personalissimo, immediatamente riconoscibile, il loro pop orchestrale, barocco, magniloquente e romanticissimo ormai sarà un metro di paragone per chiunque voglia confrontarsi col genere (mi vengono in mente gli ottimi Divine Comedy, maestri ampiamente superati dagli allievi).
Win Butler, ormai assurto a leader indiscusso del gruppo, possiede un talento melodico cristallino e indiscutibile e sa scrivere canzoni meravigliose; il suo canto si è raffinato e impreziosito di molto rispetto al primo disco, dove sfoggiava una voce più sgraziata e istintiva, e ormai l'epiteto di David Bowie degli anni duemila comincia a stargli stretto. Siamo di fronte ad un cantautore di razza, capace di imporre la propria personalità in ogni pezzo (tanto che la preziosa presenza vocale di  Régine si è ridotta a qualche intervento nei cori e nelle doppie voci, quando nel primo disco si dividevano le canzoni a metà); Neon Bible è il suo disco, e questo giova al nuovo corso degli Arcade Fire, che proseguono sulla strada di Funeral impreziosendo gli arrangiamenti con venature più rock e folk, andando a rinnovare la grande tradizione dei cantautori americani, da Bob Dylan (questo potrebbe essere il suo Blood On The Tracks) al Boss (Antichrist Television Blues è un'irresistibile cavalcata in pieno stile Springsteeniano), con echi lontani che rimandano addirittura a Elvis o a Sinatra (lo slow finale di The Well And The Lighthouse, la romantica Ocean Of  Noise). Molti i momenti irresistibili (Keep The Car Running è un singolo perfetto, solare, orecchiabile e divertente, Intervention una meraviglia, una sorta di spiritual profano dalle aperture sinfoniche), qualche concessione all'epica kitch che ricorda molto l'album d'esordio (No Cars Go), e una sincera e rara capacità di commuoversi (e commuovere) nei due pezzi migliori del disco per chi scrive, la traccia d'apertura Black Mirror e Windowsill, due vere perle di questo 2007 musicale.
Dopo aver dato così tanto in sole due uscite ci si chiede cosa accadrà agli Arcade Fire nel momento in cui dovranno pensare al terzo disco, ma per ora conviene non pensarci, non fare paragoni tra Funeral e Neon Bible (davvero arduo dire quale sia più bello, forse il primo per me, ma sono solo gusti a questo punto...) e aspettare che vengano a suonare in Italia, magari a Roma, per vivere un sogno dal vivo...

Tracklist
  1. Black Mirror
  2. Keep The Car Running
  3. Neon Bible
  4. Intervention
  5. Black Wave/Bad Vibration
  6. Ocean Of Noise
  7. The Well And The Lighthouse
  8. Antichrist Televion Blues
  9. Windowsill
  10. No Cars Go
  11. My Body Is A Cage
roccheggiato da FaustoMarrone alle 14:37

Jeniferever - Choose a Bright Morning
martedì, 11 settembre 2007

post rock, alternative, jeniferever commenti (2)

Ci sono cd, che ascolti, ascolti e ascolti e poi hai davvero troppe idee in testa per poterne parlare in modo chiaro, così fai passare un po' di tempo e mentre l'ascolti tutto d'un fiato ti fai coinvolgere dalla musica e butti giù le prime parole che ti vengono in mente, fregandotene di passare per un fan.
Il cd dei Jeniferever è già da un annetto che gira nel mio stereo, avrei sempre voluto parlarne su glasshouse ma scelte sindacali mi imponevano di non parlare di cd del 2006, come avrete notato. Scopro invece che il cd qui in Italia e chissà in quanti altri posti europei, è uscito solamente pochi mesi fa, nel 2007 e ho colto subito l'occasione per promuoverlo.
La Svezia, i paesi scandinavi, si sa, sono terra d'ispirazione e di musica pura, naturale e i Jeniferever arrivano in punta di piedi con questo meraviglioso disco d'esordio, Choose a Bright Morning.
Di gruppi eccellenti, su questo genere, ce ne sono assai, c'è da dirlo, MùM e Sigur Ros primi fra tutti, ma l'orecchiabilità e l'uso della batteria, come quello dei Jeniferever, beh, è unico nel suo genere.
Il quartetto di Uppsala, si forma nel 1996, da alla luce qualche EP, dieci anni dopo ecco l'LP dove sfrutta le sue doti con sapienza, regala emozioni, pelle d'oca in saldo; con i soliti cinque strumenti, cinque, crea atmosfere oniriche, accompagnate da testi di una bellezza disarmante, come nel singolo Alvik, forse la migliore dell'album, forse la canzone che ho più ascoltato in questo periodo.
Ma è un cd che affascina sotto tutti gli aspetti, è un cd che commuove e che si posiziona subito tra i tuoi preferiti, diventa subito il cd con cui fare il fighetto con le ragazze per far vedere che tu sai di musica, così alla domanda “Tu cosa ascolti?”, rispondi subito “Jeniferever, Mice Parade e Klima” e speri che anche lei non legga glasshouse o sei spacciato.
Ti chiedi come si possa scrivere una canzone come Winter Nights, dove gli undici minuti scorrono via talmente velocemente che non riesci quasi a percepirla a fondo, ti chiedi perché negli I – Pod di tutto il mondo non ci sia The Sound Of Beating Wings, ti chiedi che mente ci voglia per tirare giù dal cielo una canzone come Opposits Attract, ti chiedi molte cose, ma resti basito, in silenzio di fronte a tanto spettacolo.
Malinconico, delicato, nostalgico, praticamente perfetto. Post-Rock, vero Post-Rock!
Per me entra subito in top five, come uno dei migliori lavori del duemilasette, l'unico dubbio è sulla posizione... e se fosse il numero uno?
Sono aperte le scommesse, li vedremo mai in Italia?

Tracklist :
  1. From Across The Sea
  2. Swimming Eyes
  3. Alvik
  4. A Ghost In The Corner Of Your Eye
  5. Winter Nights
  6. The Sound Of Beating Wings
  7. Marks
  8. Magdaleno
  9. Opposits Attract
roccheggiato da 0ss0 alle 19:01

post rock, alternative, lopez commenti

Parlando di questo cd, bisogna subito contestualizzare: chi è Omar Rodriguez Lopez?
E' uno scrittore? E' un noto trafficante di origini messicane? E' un dottore che pratica strane terapie con la sola imposizione delle mani? Legge le carte su ReteOro?
Niente di tutto questo, ovviamente egli è un musicista e se guardate una sua foto (qui) riuscirete forse anche a riconoscerlo, sempre che non lo scambiate per il frontman dei wolfmother, forse sono fratelli; fatto sta che Omar è il chitarrista ex At Drive In e attuale chitarrista/compositore dei magnifici Mars Volta.
Per chi non conoscesse i Mars Volta mi sento quasi di dire, dopo la loro terza fatica, che stiamo parlando di uno dei pochi gruppi progressive rimasti nella scena musicale internazionale, almeno di quelli fuori dalla nicchia; ora si solleveranno un mucchio di polemiche perché li ho definiti progressive quando in realtà sono post-rock ma tutto riconduce a quel sound e a quel modo di fare tipico del progressive, non c'è niente da fare.
Detto ciò ascoltando questo cd dal nome simpaticamente in italiano maccheronico, se vi piace pensarla così, vi posso dire che m'aspettavo un disco dove la follia più estrema di Lopez venisse fuori in tutte le sue forme, un cd esagerato, spontaneo, schietto, pieno di strumenti assurdi e la sua chitarra su tutto.
Vengo smentito da un cd di rara poesia, da un cd che brilla per orecchiabilità nonostante tutti questi suoni, quelli ci sono si, c'è spazio per ogni strumento nella galassia ORL ed è tutto piacevole; è piacevole la doppia intro con The Lukewarm e Luxury of Infancy, semplicissime; è di gran gusto l'infinita traccia divisa in tre parti cantata dal grande amico e cantante dei Mars Volta ed ex At Drive In, Cedric Bixler Zavala, che si fa apprezzare nonostante i quindici minuti divisi in : Rapid Fire Tolbooth (5.03), Thermometer Drinking The Bussness of Turnstiles (3.00) e Se Dice Bisonte, No Bufalo (7.00), davvero un piccolo capolavoro, anzi, un capolavoro e basta. In If Gravity Lulls I Can Hear The World Pant  troviamo la vera anima di Lopez, troviamo il suo mondo di suoni così come contamina i Mars Volta ed è piacevole, come un sigillo di garanzia; Please Heat This Eventually è ciò che m'aspettavo e dicevo poco fa, dura si undici minuti, ma in definitiva son piacevoli da ascoltare, anche apprezzando il fatto che Omar non ci tedia con un cd così complesso e difficilmente adatto a tutti i palati, come se volesse dare un assaggio delle sue capacità senza esagerare, encomiabile. Con Lurking About In A Cold Sweat (Held Together by Venom) si ritorna alla calma, con un bel piano Rhodes e qualche effetto, collocata benissimo nel cd quest'ottima traccia, rilassante; Boiling Death Request A Body To Rest Its Head On, parte con un contrabbasso, parte messicana e rimane tale, belle scale ed invenzioni ritmiche, quattro minuti di svago musicale, forse la traccia meno azzeccata del cd, seppur interssante. Con La Tirania De La Tradicion torna la voce di Cedric in una traccia movimentata e dalle belle sperimentazioni, un ottima chiusura, davvero.
Finito il cd rimango soddisfatto ed appagato, ma non lo riascolto subito, è un cd che va digerito con calma, un successivo ascolto a breve distanza lo renderebbe forse troppo pesante, non rischio.
Applausi sinceri però a Omar, che scopro solo ora si chiami Omar Alfredo Rodriguez Lopez, per un cd che incanta subito, per una prova solista di coraggio e personalità, quando la classe non è acqua.

Tracklist :
  1. The Lukewarm
  2. Luxury of Infancy
  3. Rapid Fire Tolbooth
  4. Thermometer Drinking The Bussness of Turnstiles
  5. Se Dice Bisonte, No Bufalo
  6. f Gravity Lulls I Can Hear T The World Pant
  7. Please Heat This Eventually
  8. Lurking About In A Cold Sweat (Held Together by Venom)
  9. Boiling Death Request A Body To Rest Its Head On
  10. La Tirania De La Tradicion

roccheggiato da 0ss0 alle 02:29

Korn - Untitled
martedì, 31 luglio 2007

alternative, metal, korn commenti (1)

Qui la questione si fa delicata. Che piacciano o no, i Korn sono stati per una decade, iniziata nel 1994 con l’omonimo album, l’icona Crossover per eccellenza, i pionieri di una musica nuova, miscelante generi come Hip Hop, Metal e Rock, il tutto condito da giga hertz di frequenze distorte al limite della saturazione totale. Ricordiamo, con nostalgia, i primi tre dischi che hanno segnato, a loro modo, la storia e la vita di milioni di persone. Basti pensare ad un loro qualsiasi concerti (io personalmente posso portare a testimone quello avvenuto al campo volo di Reggio Emilia nel 2001), dove il guadagno degli organizzatori, dovuto a tsunami di nuovi metallari, va ben oltre qualsiasi immaginazione.
La peculiarità di un qualsiasi pioniere, però, è quella di far perdere le sue tracce dopo anni di vittorie indiscusse, per far si che quest’ulltime vengano ricordate come modelli, come apice di un lungo indice, dov’è l’ordine non è sicuramente alfabetico. A partire da Cristoforo Colombo che poco dopo aver scoperto il nuovo mondo è morto, donando alla storia un eroe, sino ad arrivare ai Jalisse, la tecnica sembra sempre la stessa. Non è stata Curtney Love ad uccidere Kurt Cobain, ma la storia, che lo pretendeva nei suoi annali. Marvin Gaye, Lucio Battisti, Jim Morrison, Gesù Cristo, solo per citare i più noti, sono ormai immortali. Appurato ciò, dire che Jonhatan Devis debba morire mi pare troppo, ma sparire dallo Showbiz  per qualche anno (meglio per sempre)sarebbe stata un’ottima soluzione; dopo successi come  Somebody Someone o Make Me Bad, che li hanno visti affermarsi universalmente, uscendo con dignità da quel concetto generalizzato, un poco stretto per la loro verve di gruppo underground, i nostri si sono fatti prendere dal panico di un possibile prepensionamento, cercando cosi di ritrovare quelle sensazioni fine anni ’90, di band affermata e stimata anche a livello individuale, cercando di aggiungere nuovi strumenti e sopperendo ai vuoti lasciati da Brian “Head” Welch (prima chitarra) , che nel frattempo ha trovato la fede mai avuta (con derivato stupore dei fan). Quindi i presupposti per lo scioglimento e l’archiviazione c’erano tutti. Presupposti che si ripropongono in questo lavoro, dove il batterista David Silveira lascia il posto a un grande del panorama ritmico mondiale, il trascendentale Terry Bozzio, che evidentemente non vedeva l’ora, dopo le prove, di tornare a casa ad aprire i suoi chakra, dato che dopo aver registrato il disco senza nome, si è dileguato nel nulla.
A fronte di questi strani movimenti metafisici e non, il lato apprezzabile della questione è, paradossalmente, la sua antitesi: i Korn, cercano di non abbandonarsi alla mitizzazione del suono, cercando di riproporlo sostanzialmente alterato. Cosi nasce Untitled (cosi lo chiameremo senza seguire il frivolo concetto del frontman, che sostiene che è il fan a dover dare un nome al disco) un disco indubbiamente nuovo, nel suo genere che genere non è più. Il disco apre con Starting Over, nel quale già si sente a livello sonoro un grado di sperimentazione simile al precedente See You On The Other Side del 2005, un basso distorto ma non come Fieldy ci aveva abituato tempo fae delle tastiere, l’unica nota dolente probabilmente è proprio la voce di Davis sempre uguale, troppo particolare per essere diversa. Il brano comunque spinge a mandare ancora avanti l’ascolto, cosa che succederà lungo tutto il disco, un pò d’inerzia. Bitch We Got A Problem, non sembra neanche un pezzo del gruppo e proprio in questo modo andrebbe ascoltata, perché comunque apprezzabile. Cosa che si dovrebbe continuare a fare anche con la seguente Evolution e con Love and Luxury. Quindi escluse queste tracce ed alcune che ricordano vagamente i Korn adolescenziali (Killing e Kiss) il resto è quantomeno da scordare, soprattutto quelle dove il tentativo di ritrovare il loro lato spirituale (Do What They Say e Innocent Bystander) è palese. A volte mi vergogno di dire che ascolto sporadicamente i Korn, spesso risultano imbarazzanti. Questa volta il disco sembra promettere decentemente, sperando che il tempo faccia il suo dovere selettivo.

tracklist:

1. Intro
2. Starting Over
3. Bitch We Got A Problem
4. Evolution
5. Hold On
6. Kiss
7. Do What They Say
8. Ever Be
9. Love and Luxury
10. Innocent Bystander
11. Killing
12. Hushabye
13. I Will Protect You

roccheggiato da popkillmysoul alle 23:36