Jamie Lidell - Jim
venerdì, 09 maggio 2008

soul, black, electro, jamie lidell commenti

Ammettiamolo, chi avrebbe mai dato fiducia ad un bianco nella grande era della Motown? Quella dei grandi successi soul di Aretha Franklin e Otis Redding? Nessuno.
Con il passare del tempo e la fruibilità audiovisiva dei media, le possibilità si sono moltiplicate anche per i bianchi ma la scelta è sempre caduta, per comodità e ritorno, verso il più commercializzabile  R'n'B. Se si elimina lo splendido The Way I Feel di Remy Shand, uscito nel lontanissimo duemiladue, l'unico artista che si ricordi in questi anni di siccità per quanto riguarda la musica soul è Jamie Lidell, l'illuminante compositore di Multiply, disco del duemilacinque che vedeva amalgamato un ottimo soul a basi elettroniche; Jamie si dimostrò, anche live, un ottimo one man band eseguendo spesso tutti i pezzi con il solo aiuto di un campionatore e di una sfrenata fantasia.Tre anni dopo la warp records concede un altra occasione a Jamie permettendogli di affermarsi come una delle noivtà musicali più entusiasmanti di questi ultimi tempi: nasce Jim, l'evoluzione del precedente album, tutta l'esperienza e la voglia di stupire cresciuta in tre anni d'attesa, una gioia per le orecchie.
Rispetto al precedente album, Jim suona più acustico, più incentrato sulla voce; arrangiamenti maestosi a tratti, studiati con meticolosità e pazienza, un lavoro di post produzione intenso e di sicuro spessore.
Another Day, la prima traccia del disco ben apre il cd, mostrando tutti i nuovi caratteri di Lidell: i cori più vistosi e un piano, battiti di mani, batteria, tanto per tornare sul tema acustico sopracitato. Fino alla terza traccia tutto rimane invariato, il cd è piacevole e scorre via meravigliosamente; arrivando alla quarta traccia il cd inizia a svelare le sue vere perle: All I Wanna Do che non ha niente da invidiare a delle hit del buon Otis e Little Bit of Feel Good dal groove pazzesco, da ascoltare a tutto volume fino a distruggere le vostre casse.
Figure Me Out e Hurricane a ricordare un passato che ha costruito molto, Green Light che ammicca alla musica soul degli anni ottanta, ma con il garbo dell'attualità, Where d'You Go la traccia perfetta per chiudere il cd, tornando a quel simil-gospel della prima traccia, coinvolgente e familiare; la chiusura viene però affidata ad una Rope Of Sand che spezza un po' il mood del cd, anonima e totalmente fuori luogo, Jamie inciampa in quest'errore incrinando il perfetto pacchetto del cd.
C'è anche da dire che in una lunga attesa come questa ci si aspettava forse qualcosa di più, un paio di tracce in più non avrebbero fatto sfigurare il cd, anzi, sarebbe stato il giusto regalo ad un pubblico di fan in continua espansione.
Mi domando quando la Motown Records si accorgerà di lui permettendogli di avere ancora più visibilità e di aiutarlo con la sua esperienza in scelte che sembrano scontate ma che in realtà non lo sono affatto, evidentemente.
Niente cinque omini Jamie, sarà per la prossima.

Tracklist:
  1. Another Day
  2. Wait For Me
  3. Out Of My System
  4. All I Wanna Do
  5. Little Bit Of Feel Good
  6. Figured Me Out
  7. Hurricane
  8. Green Light
  9. Where D'You Go
  10. Rope Of Sand
roccheggiato da 0ss0 alle 11:23

Ex-Otago Live Report @ Traffic, Roma
sabato, 03 maggio 2008

live, ex-otago commenti (3)



La sera del concerto, Roma, offre tanto, così la gente si disperde e in ogni posto “non sa cosa s'è persa”, io opto per gli Ex-Otago al traffic, ci rilasceranno anche la videointervista, il loro cd Tanti Saluti è stata una bella ventata di freschezza nell'inde pop nostrano: Tastierine, chitarre acustiche, batteria; si parla delle performance eccezionali del gruppo, dell'estrema vitalità di Pernazza, e di come il gruppo sappia far divertire e coinvolgere.
Al traffic non c'è mai molta gente, la sala è piccola e anche con gli Ex-Otago la storia non cambia, riusciamo, venti minuti prima del concerto, a registrare la videointervista nella monovolume del gruppo, il Traffic non c'ha dato la minima disponibilità per riprendere dentro, perdendo una buona occasione per farsi pubblicità.
Nella sala poco più di una trentina di persone e inizio a sospettare un live spento e poco motivante per i quattro liguri: rimango sorpreso, sono dei professionisti e soprattutto è palese che si divertano, che la loro sia una musica che nasce tra
amici, su un divano la sera dopo la quarta birra.
Tutte le migliori tracce sono eseguite non solo alla perfezione, ma con una carica emotiva spettacolare a partire da Robilante, trascinante come meglio non si potrebbe, Giorni Vacanzieri, Che Tempo Che Faceva, L
uisa ad infiammare la piccola folla, Amato The Greengrocer per farla esplodere definitivamente: Pernazza è inarrestabile, salta, si butta tra il pubblico, lancia oggetti, suona con la lingua, canta e spara delle rime divertenti e contorte; il nuovo batterista suona con convinzione e partecipazione. Tutte, tutte e trenta le persone ballano e saltano e si divertono senza freni, cantano ed incitano il quartetto ancora di più.
C'è tempo anche per i brani del primo cd e per un breve bis di due canzoni, l'atmosfera è quella di una festa tra amici, dove tu entri gratis perché sei il fratello della amica della ragazza del chitarrista.
Gli ex-otago si stampano nella mia mente come uno dei migliori gruppi live che abbia mai visto, mi auguro di vederli di nuovo nella capitale magari con quattrocento persone a seguirli, se lo meritano senza dubbio.

montaggio pkms
photos by Sara Palliccia (flickr!)
recensione OssO

roccheggiato da popkillmysoul alle 19:19

The Gutter Twins Live @ Alpheus, Roma
venerdì, 25 aprile 2008

live, the gutter twins commenti (3)

Un ragazzo bussandomi dietro la spalla e credendo evidentemente di essere in fila alle poste, mi fa notare d’essere arrivato prima di me, in quella posizione e , sottovalutando la mia altezza di qualche centimetro, mi chiede cortesemente di spostarmi per non occupargli la visuale. Questa cosa mi lascia pensare al fatto che i tempi, anche tra noi ascoltatori, sono radicalmente cambiati; una situazione del genere, qualche anno fa, sarebbe finita con una gomitata alle reni, ovviamente da parte del basso. Ma i tempi in qualche caso maturano le cose. Nel caso dell’accoppiata grottesca Greg Dulli e Mark Lanegan, il tempo ha portato al massimo splendore un progetto nato qualche anno fa, nel 2005, e che ora ha trovato la luce (se cosi si può dire, vista la latente decadenza noir) con un disco, Saturnalia.

Un Alpheus circondato da un cielo uggioso, che lascia presagire solo ettolitri di pioggia, non assiste all’adunata tipica delle grandi occasioni musicali, andando del tutto contro i miei pronostici. Poche persone (200 circa), non riescono a riempire neanche metà locale.
Ed Harcourt, precede i gemelli fognari nella sua ottima performance. Questo piccolo ometto apparentemente proveniente dalla seconda metà dell’800, si destreggia caparbiamente tra pianoforte, chitarra, un tom campionato e mandato in loop al momento, un microfono che da l’effetto di un campo di concentramento e l’apporto, in uno dei brani, di Jeff Klein (tastierista e chitarrista nei Gutter Twins, ma anche compositore solista), destando curiosità e quindi piazzando un buon colpo.

Mark Lanegan entra preceduto dalla sua fama, Greg Dulli, invece, dalla sua alitosi e da qualche chilo di grasso accumulato nel tempo che migliora le cose. Le prime sigarette vengono accese violando qualsiasi legge comportamentale che tuteli i non fumatori nei locali chiusi e pochi arieggiati ed anche io, trasportato da questa apparente concessione, accendo la prima sigaretta. La disposizione sul palco, lascia trapelare l’importanza che i due hanno rispetto ai restanti sonatori; in seconda fila appaiono il sopraccitato Jeff Klein alle tastiere, il bassista, l’ottimo batterista dalle movenze pittoresche, unico non fumatore, forse insieme al secondo chitarrista, rimasto troppo in disparte per tutto il tempo. La prima parte del concerto è caratterizzata da tutti i brani del disco uscito pochi mesi fa per la Sub Pop di Seattle; viene eseguita l’intera tracklist coprendo un’ora e mezza di concerto. Live l’atmosfera è sudicia e noir, proprio come quella proposta nel disco. Un ambiente che si trasforma nella più squallida bettola americana piena di papponi, puttane e sigarette che fumano dai rispettivi posacenere, smanianti l’ultima aspirata. A contribuire nella costruzione di questa scenografia pezzi come The Station, la prima in scaletta, All Misery/Flowers dove la voce baritonale di Lanegan, batte in frequenza la nota più bassa. Poi ancora la bellissima The Body, dove invece è la voce di Dulli a spadroneggiare, Bete Noir e infine Front Street, durante la quale Dulli dà il meglio di se, tenendo il palco, improvvisandosi cantante di ballate swing, sedendosi su di uno sgabello e manipolando il microfono con i soli polpastrelli della mano sinistra; il grasso in esubero e la vaga somiglianza con Renato Pozzetto, non limitano comunque la classe della quale l’uomo è da sempre in possesso.
I due sul palco fanno emergere tutta la loro personalità; vestiti praticamente uguali, forse per caso forse per dare un senso alla loro fratellanza gemellare, uno si muove, alternandosi tra l’agitazione di Idle Hands e la “sensualità” di Circle the Fringes . L’altro invece, rimane completamente fermo. Assume due posizioni durante tutto il concerto (chi lo conosce lo sa): nella prima, mano destra sull’asta, mano sinistra poggiata sul microfono, gamba destra tesa per sorreggere un corpo completamente immobile e  gamba sinistra leggermente piegata. la seconda è invece trasportarsi dal microfono all’asciugamano, per asciugarsi un sudore prodotto da immotivate ghiandole. Forse proprio a questo suo modo di esporsi è dovuta quella voce, cosi profonda da far tremare lo stomaco al pubblico, cosi apparentemente naturale che vedere lo sforzo in contrazioni del suo viso, spiazza un poco.
Tutta la seconda parte del concerto è caratterizzata da “cover” (tra virgolette dato che sono tutti brani presi dai passati musicali dei due): due bellissimi brani presi da Bubblegum, del 2004, firmato Mark Lanegan, nella fattispecie Hit The City e Methamphetamine Blues. E infine, coprendo cosi quasi 2 ore di concerto, Papillon  dei Twilight Singers.

Ricordarsi di questo evento sarà molto semplice; sigarette, suoni rock noir e ragazzi che richiamano all’ordine in un concerto rock.

I tempi cambiano.

 

 

roccheggiato da popkillmysoul alle 17:35

Motorpsycho - Little Lucid Moments
martedì, 22 aprile 2008

hard rock, motorpsycho, psych commenti (6)

Riprende quota la saga spaziale dei Motorpsycho, paladini indistruttibili della psichedelia scandinava, alla faccia di chi li dava per spacciati. In effetti anche il sottoscritto, adepto del loro culto da diversi anni e fan acritico dei loro dischi migliori (i capolavori degli anni '90 Timothy's Monster, Angels And Daemons At Play e Trust Us sopra a tutti) non credeva potessero più tornare ai fasti dei loro dischi più ispirati dopo le opache uscite degli anni 2000, sempre sopra la media a parer mio ma comunque piuttosto deludenti rispetto allo standard a cui eravamo abituati. Little Lucid Moments ha un titolo piuttosto eloquente riguardo alla ricerca musicale di questi eclettici rockers, ed è un bellissimo disco fuori dal tempo, composto da quattro lunghe suite composte da vari movimenti per un'ora di musica. Non credo sia un caso che un disco così fuori dagli schemi esca proprio nel 2008, dato che la tendenza a tornare alle radici del proprio sound (in questo caso gli anni '70) si sta diffondendo in molti gruppi della scena alternativa (penso ai Black Mountain di In The Future) come reazione alla disastrosa disfatta dell'industria discografica. Vale a dire: dato che i cd non si vendono più, e ha sempre meno senso puntare su un singolo dall'appeal immediato, e dato che ormai la fidelizzazione di gruppi che fanno una certa proposta avviene principalmente tramite i concerti dal vivo allora si è ricominciato a suonare, nel senso più viscerale e profondo della parola.
Ed è così che rinasce il mito dei Motorpsycho, leggendaria formazione norvegese dedita da quasi vent'anni al rock pesante, che senza preoccuparsi troppo delle mode e dell'originalità a tutti i costi ha spaziato con disinvoltura dallo stoner all'hard rock, dalla psichedelia allo space rock, dal power pop al progressive, dal grunge all'heavy metal lasciandosi alle spalle polemiche, accostamenti eccellenti, detrattori, numerosi cambi di formazione, e almeno tre dischi davvero memorabili.
Che diventano quattro con questo Little Lucid Moments, spericolato viaggio nell'hard rock con forti reminiscenze anni '70 (un debito su tutti: lo space rock degli Hawkwind, citati in continuazione con quelle lisergiche schitarrate acide che saturano il sound e distorcono la percezione dell'ascoltatore fino a ricordare il suono di un'aereo che decolla), un vero filologico viaggio nello spazio interstellare del grande rock di quegli anni, omaggiato con sincerità nelle divagazioni sciamaniche della chitarra (tutta la coda strumentale di She Left On The Sun Ship), nella voce trasognata alla Pink Floyd (soprattutto in The Alchemyst), nelle progressioni Ledzeppeliniane che continuamente spezzano il regolare andamento dei brani, lunghi dai 12 ai 21 minuti e costruiti praticamente a blocchi continui, tanto da formare quasi un unico brano di un'ora. Il vero mastodonte è l'iniziale Little Lucid Moments, che sono certo diventerà un classico nei loro live per lo spettacolare alternarsi di furia distruttiva e momenti di quiete apparente; la conclusiva The Alchemyst, se è vero che mostra tutti i limiti compositivi della band, che tende a riproporre un'idea lungo tutto il pezzo per poi portarla alle estreme conseguenze, è godibilissima e solare e va apprezzata per la perizia degli arrangiamenti e per l'incredibile dinamismo della batteria (il nuovo batterista non sta fermo un secondo e dà una velocità e una freschezza notevole ai pezzi che sembrano concepiti per essere suonati dal vivo); la ballata Year Zero (A Damage Report) resta il mio pezzo preferito del disco, il più semplice e chiaro nella sua struttura in crescendo e forse proprio per questo il più immediato e sinceramente emozionante del lotto. Insomma, niente di nuovissimo sotto il sole, ma questo non è un disco per chi cerca nuove sensazioni del rock indipendente pronte a stupire, è piuttosto una conferma per i fan dei Motorpsycho e una sorpresa per i nostalgici di un certo sound, che non accenna a morire anzi si dimostra in piena forma come dimostrano alcuni giovani gruppi nostrani che di questo modo di concepire il rock possono considerarsi degni eredi (su tutti i romani Poppy's Portrait, davvero fantastici). L'ascolto a tutto volume di questo disco è un'esperienza rigenerante, potente e godibilissima, che consiglio ai musi lunghi afflitti da sindrome post-elettorale.
A me ha aiutato...

Tracklist:
  1. Little Lucid Moments
  2. Year Zero (A Damage Report)
  3. She Left On The Sun Ship
  4. The Alchemyst
roccheggiato da FaustoMarrone alle 13:56

live, rap , caparezza commenti

Una mente glabra in un grezzo involucro di peli. Ascoltare, leggere o vedere Caparezza (e in due giorni mi è capitato di assistere a tutto questo) significa fare un viaggio nella sua cosmogonia, soprattutto negli ultimi tempi, nei quali il cantautore stonato (quindi rapper), di Molfetta, in provincia di Bari, cerca la catarsi da un passato forse scomodo (di sicuro imbarazzante), da involontarie hit estive e da transumanze nel mondo hip hop, non raffiguranti di certo il suo Habitat naturale. Caparezza in fondo è questo: un uomo totalmente lucido e molto intelligente, che sciorina parole, storie e racconti pur non essendo stato completamente dilaniato dalle droghe, da cattivi rapporti con la famiglia o da città claustrofobicamente cementificate. Il terriccio lo fa muovere, come la difesa dei diritti umani o la ridicolizzazione dei potenti e di chi si fa strada a violenze, psicologiche o fisiche che siano. Il tutto ovviamente condito da uno humour mai banale e sempre zeppo di riferimenti e citazioni che spaziano da Frank Zappa a Jeeg robot d’acciaio, passando per Arkanoid.
Per questo è difficile stufarsi di ascoltare qualcosa da egli prodotto; è praticamente impossibile arrivare alla totalità della comprensione. Anche solo lessicale.
Ma tutte queste belle parole solo la prefazione ad un giudizio non del tutto convinto, dal suo ultimo disco uscito l’undici Aprile; Le Dimensioni del Mio Caos.
Una breve sinossi di quello che Michele Salvemini ha definito un Fonoromanzo:
“Siamo nel 2008, 40 anni dopo il ’68, anno che vedeva nascere nuovi movimenti culturali e nuovi amori liberi. Caparezza davanti alla sua folla, dopo aver suonato La Rivoluzione Del Sessintutto, decide, per commemorare Jimi Hendrix, musicista che di quegli anni fu figura emblematica,  di distruggere sul palco una Fender Stratocaster creando cosi, un varco spazio temporale dal quale uscirà all’istante Ilaria, una hippie, ampiamente descritta in Ulisse (You Listen), che nel corso del romanzo si lascerà avvelenare dal consumismo moderno, fatto di I-pod, myspace, Photobook e quant’altro. Solo un grande eroe come Luigi delle Bicocche saprà ripristinare con i sui superpoteri, il continuum spazio temporale,  ristabilendo cosi il caos primordiale del 2008. "

Per capire la mia non totale convinzione basterebbe ascoltare di fila tutte le 14 tracce del disco e raffrontarle a quelle di Habemus Capaoro. Si nota subito che quella continuità forte nel precedente disco, viene a mancare per colpa di alcuni brani come Non Mettere Le Mani in Tasca, un R’n’B piuttosto snervante, o Pimpami la Storia che mostra uno spaccato generazionale anti-moccia o ancora Un Vero Uomo Dovrebbe Lavare i Piatti che anche se potrebbe essere considerata una buona proposta, annoia. Ma il confronto qui finisce; gli altri brani (esclusi alcuni qualitativamente nella media, come la sopraccitata Ulisse, La Grande Opera e la malinconica Il Circo Delle Pantegane) sono delle composizioni geniali, divertenti e musicalmente costruite per accogliere il miglior Caparezza: Ilaria Condizionata e il suo potente ritornello, Abiura di Me, Io diventerò Qualcuno sono tutti brani che Live non possono che funzionare e nello stereo non rischiano mai, in nessun modo, di annoiare l’ascoltatore, lasciandolo, in qualche caso, riflettere. L’apice, è però Vieni a Ballare in Puglia, nella quale le radici nel cantante molfettese e il suo amore incondizionato per la sua terra riemergono in un rivisitata taranta, che rischia però di fare il passo falso (il che è opinabile) commesso dall’autore nell’incomprensione generazionale e polifonica di Fuori dal Tunnel: i turisti, che affollano l’estate le spiagge e le sagre del Salento, un giorno, la balleranno spensieratamente. Un buon disco tutto sommato, che mostra ancora una volta l’agitazione, quella che fa bene al cuore, celata nell’apparente calma del cantautore pugliese.


 


 
La seconda parte del viaggio nel caos dei riccioli di Michele Salvemini, al secolo Caparezza, è il divertentissimo spettacolo somministratoci all’Alpheus proprio lo stesso giorno dell’uscita del nuovo disco Le Dimensioni del Mio Caos. Per questo, i nuovi brani ancora non conosciuti, soprattutto da chi per un intero pomeriggio non è stato ad ascoltarli, sono stati messi duramente alla prova. La reazione del pubblico è stata fantastica. Ad ogni grazie, un prego, ad oggi ritornello, un salto e tutti sembravano sapere ogni brano a memoria. Ad aprire la serata Io Vengo Dalla luna, il brano con più risposta da parte dei paganti, che si sono mossi a ritmo di musica per almeno un’ora e mezza. Nelle rappresentazioni Live il nostro vuole citare indubbiamente uno dei suoi grandi maestri Frank Zappa, indossando, per evidenziare la cosa, un maglietta con il suo volto. Diego dei Medusa , perfetto nelle controvoci, nei cori e nei ritornelli più melodici, non sembra mai essere fuoriluogo anzi, si integra con naturalezza nelle scenografie, coadiuvando lo spettacolo e rendendolo più ricco. Diversi momenti segnano il concerto come uno dei più divertenti dell’anno; in Jodellavitanonhocapitouncazzo, l’eterno rincorrersi dei due innamorati, entrambi barbuti, è un siparietto davvero comico. Il pallone gonfiato che viene raffigurato in Io Diventerò Qualcuno, ingombra metà palco, non permettendo la visuale al batterista, che in realtà è il compente meno attivo dell’intero gruppo; i cappelli a forma di cacca di cane, indossati dai musicisti durante l’esecuzione di Cacca nello Spazio, rendono il contatto con il primo nuovo brano della serata, un lieto evento. Ma probabilmente l’apice avviene durante l’esecuzione del nuovo singolo Eroe: a metà della seconda strofa un pubblico commosso dalle parole del rapper si lascia andare ad un convinto applauso, che renderà nella mia mente la completezza della serata. Nella scaletta un solo brano di vecchio stampo, Follie Preferenziali. Tra un salto ed un altro la serata scivola via come le unghie di una marmotta su uno specchio, nella mia totale soddisfazione. Unico rammarico, il pezzo di chiusura, Bonobo Power, davvero molto brutto.

 Photos by pkms (altre su flickr!)


 

 

 

roccheggiato da popkillmysoul alle 20:02

live, disco drive, videointervista commenti (4)



Perché sul palco in tre magari non ce la fai a reggerlo, ti senti schiacciato dal peso della gente e dal peso del locale e magari pensi che davvero è troppo; allora aumenti gli strumenti, ti piace anche la rima e devi saperli suonare anche bene magari per reggere ai tecnicismi, ad una musica che bada sempre più alla qualità individuale; due batterie, non una, un synth, chitarre varie; la tua musica è animalesca, viscerale, suoni dinoccolato, segui il tempo e chiudi gli occhi, partecipi e gli altri partecipano, coinvolto e gli altri sono coinvolti.
La sala si riempie e la musica sembra salire, come immergere un sasso in una bacinella colma d'acqua e l'acqua straripa fuori, la voglia di ballare e partecipare è forte, densa, vogliamo tutti partecipare ad una creazione così maestosa e potente, così sorprendentemente focosa.
E c'è stupore, tutto viene maltrattato, applicato seguendo strade percorse raramente, i passi rimangono scolpiti nella polvere e, anche se il vento porterà via le tracce, la meraviglia rimane impressa nelle menti e nei cuori di tutti: è musica, suono che serpeggia e contagia di corpo in corpo, diveniamo casse di risonanza e la persona a fianco contagia la moltitudine, scuotiamo la testa e pestiamo i piedi in terra, questa è la serata giusta.
E dura tutto troppo poco, consapevolmente, ma la tristezza rimane per un pubblico shockato, pietrificato come lo stesso muro di suono che gli si è schiantato contro, non c'è stato airbag, rimaniamo contusi, sfregiati, visibilmente scossi; echeggiano nella nostra mente parole e battiti di cassa profondi, tutto stampato: uno dei migliori puntoebasta.
Dopo, i sorrisi, lo sbigottimento, una droga buona: “di più, di più” sembrano gridare i nostri corpi tumefatti, l'attesa sarà il nostro metadone, non ci resta che aspettare e sperare nell'overdose, morire soffocati come i grandi, ma soffocati dal loro prodotto genuino, puro, tagliato e smistato con la classe di Frank Lucas, non c'è spazio per gli altri, davvero.


recensione by OssO

photos by Sara Palliccia e Bruno D'Amata (flicr!)
montaggio by pkms
roccheggiato da popkillmysoul alle 12:52

Portishead - Third
giovedì, 10 aprile 2008

elettronica, industrial, trip hop, portishead commenti (3)

“Third”, il disco che segna il ritorno dei Portishead, la leggendaria formazione di Bristol scomparsa dalle scene ormai dieci anni or sono, ha del miracoloso e mi coglie davvero di sorpresa, nonostante (o proprio perchè) le voci sulla reunion si rincorressero da tempo. Ma forte di diversi ascolti posso dire che si tratta di un atto sincero e necessario che questi straordinari musicisti che negli anni '90 insieme ad altri celebri conterranei hanno letteralmente inventato un genere musicale, il trip-hop, dovevano ai loro fan e all'intera scena musicale. Scena che come tutti sanno si è radicalmente trasformata in questi dieci anni apocalittici, che hanno visto la fine del mercato discografico, la fine di molte storiche formazioni e di supporti come il vinile, la cassetta, il cd, nonché in pratica la fine della scena musicale stessa, avviluppatasi su sè stessa in un buco nero fatto di peer to peer, myspace, lettori mp3 portatili e altre diavolerie tecnologiche che di fatto non hanno affossato la qualità della musica e di chi fa musica in modo ispirato (alla faccia dei nostalgici si fanno ancora grandi dischi, oggi più di ieri), ma che di certo hanno reso più caotico e sovraffollato il panorama, rendendo sempre più difficile il compito dell'ascoltatore, sempre più confuso e spaesato.
Questo ritorno di gran classe, sobrio e in punta dei piedi, in pieno stile Portishead quindi, mi rassicura che nonostante i continui ribaltamenti che scuotono la nostra era frenetica ai limiti dell'isterismo ci saranno sempre gli artisti ad indicare il passo con la qualità delle loro proposte. Sembra banale detto da me, perchè non sono nessuno, ma la buona musica non morirà mai, e non sarà un'invenzione tecnologica ad affossare il mercato fino a quando ci sarà qualcuno che capisce come usarla in modo intelligente. Questa premessa mi è necessaria per sottolineare la bontà di questa operazione di reunion, che nasce da un esigenza creativa, e che infatti porta ad un disco assolutamente ispirato, e non dai soliti travagli economici che periodicamente portano i dinosauri del rock ad esibirsi in patetiche riunioni da centro anziani (solo ultimamente i Who, i Police, e per fortuna non i Pink Floyd...). Beth Gibbons prima di tutto non è anziana (è una splendida 43enne), secondo poi al di là dei Portishead ha sempre lasciato il segno quando aveva qualcosa da dire, come con lo splendido disco da solista nel 2002, “Out Of Season”, dove grazie anche alla collaborazione col chitarrista degli indimenticabili Talk Talk tirò fuori la sua anima folk, per un disco acustico da togliere il fiato, terzo questo sorprendente nuovo corso dei Portishead arriva come una risposta a tutti i dubbi. Dieci anni di silenzio non sono uno scherzo, soprattutto se te ne sei andato all'apice della fama e della creatività, quindi se bisogna tornare ne deve valere la pena. Questo avranno pensato i Portishead, affatto preoccupati di dare un seguito alla loro saga storica e di sfornare una nuova raccolta di hits e di rifacimenti dei loro capolavori, piuttosto testardamente preoccupati di trovare un sound che li rappresentasse oggi, in questo 2008 così lontano dall'anno in cui esordirono. Così rimarranno delusi quelli che sognavano la nuova Glory Box, o un'altra Roads, resteranno sconcertati i fan innamorati delle atmosfere noir e trasognate delle loro vecchie ballate, così cool e così impregnate di umori soul da dar vita al sound più sexy che si posa immaginare, storceranno il naso i soliti nostalgici che troveranno solo a tratti gli stilemi più tipici del loro sound (ad esempio in Hunter, o in Plastic). Questi dieci anni sono stati duri per tutti, ed evidentemente lì nella periferica e industriale Bristol si respira un'atmosfera sempre più alienante e pre-apocalittica, o post-atomica, comunque pesante e paranoica. Questi androidi pieni di sentimento come i replicanti di Dick sono i Portishead targati 2008, la meravigliosa voce romantica di Beth Gibbons sfila su ritmiche sempre più taglienti e cyberpunk (We Carry On), talvolta acide e ballabili (Silence), lisergiche e cupe (Magic Doors deraglia come un pezzo dei Radiohead) altre volte addirittura cacofoniche, come l'incredibile Machine Gun, visione industrial angosciante che sul finale apre ad un synth epico che sembra uscire da un film di John Carpenter. Resta di fondo quel mood malinconico e struggente che da sempre è il loro marchio di fabbrica (Small resta sospesa come un gospel ed è davvero commovente), ed un paio di episodi acustici che allegeriscono il clima (Deep Water addirittura si prende in giro), ma quel che resta alla fine del disco sono le sferragliate senza speranza di Threads, e ci vuole fegato per non accorgersi che un'epoca è finita. I Portishead lo sanno bene, e ce lo dicono incantando a modo loro, con questo “Third” si confermano una delle formazioni più influenti degli ultimi quindici anni, come e più dei Radiohead e dei Massive Attack alfieri di un modo britannico di fare musica, sempre con classe ed eleganza e senza mai alzare la voce. Così, se dopo questo disco sparissero per altri dieci anni, nessuno dovrebbe stupirsene.

Tracklist:
  1. Silence
  2. Hunter
  3. Nylon Smile
  4. The Rip
  5. Plastic
  6. We Carry On
  7. Deep Water
  8. Machine Gun
  9. Small
  10. Magic Doors
  11. Threads
roccheggiato da FaustoMarrone alle 00:39

Glass Pills #9
venerdì, 04 aprile 2008

jovanotti, adele, camille, breakfast commenti

Camille - Music Hole
Inascoltabile questo cd dell'artista francese. Inascoltabili le mille e mille ripetizioni agonizzanti di quasi tutte le tracce. Ripetizioni destabilizzanti e disorientanti, stancanti fino allo svenimento. Qualcuno parlò di lei come la Bjork francese, come l'alternativa alla musica francese fin troppo anni ottanta, troppo congelata e schematica. Questo disco andrebbe ritirato dal commercio, in sé il girotondo sonoro punta forse ad intellettuali apprezzamenti ma non fa altro che rendere ostile una voce e un cervello che forse, negli album passati ha dato davvero qualcosa alla musica d'oltralpe. Schizzi di genialità minimaliste vengono sommersi da valanghe di ammorbanti sonorità: The Monk su tutte; dove solo poche tracce come Waves, Home Is Where It HurtsKatie's Tea potranno salvare le vostre stanche orecchie.
Se proprio dovete, ascoltatelo.    1,5/5

Adele - 19
La più bella sorpresa pasquale, incastonata in un uovo di cioccolata fondente, è stato l'ascolto del cd di Adele, diciannovenne Londinese, artista dalla voce originalmente sapiente nonostante la giovine età e il suo primo lavoro che suona acustico, pop, soul con tracce che sfiorano la massima commerciabilità come con il successo del singolo Chasing Pavement o come nel caso di altri componimenti quali Cold Shoulder, Melt My Heart to Stone, My same e Right as Rain che colpiscono come un buon sorso di acqua fresca in piena estate.
L'intimità raggiunta dalla prima canzone del disco Daydreams e da Crazy for You, hanno la forza dell'orecchiabilità eccessiva e permettono ad Adele di scaldarci il cuore con la familiarità che pochi altri artisti hanno raggiunto nella nostra vita.
Peccato per Make You Feel My Love che ricorda sin troppo sia nel testo sia nella struttura sonora un grande successo di Aretha Franklin, il resto, una favola, stenterete a crederci.
E poi, sinceramente, credete che la XL Recordings (Radiohead, M.I.A, The White Stripes, Sigur Ros) possa interessarsi ad una diciannovenne sprovveduta?    3,5/5

Jovanotti - Safari
Il quarantaduenne Lorenzo “Jovanotti” Cherubini di strada ne ha vista, ha assaggiato tutti i prodotti tipici mondiali, ha camminato, pedalato, raccontato e come un guru, un saggio dalla barba bianca viene a portarci il suo messaggio d'amore, speranza, voglia di vivere. Il dodicesimo album in studio, la forza di un ragazzo al primo e ancora tante cose da dire. Così dopo esserci immersi nel singolone Fango piacevole e davvero senza sbavature, Lorenzo ci carica in macchina e ci porta via verso l'orizzonte con Mezzogiorno. Cioè che stupisce è poi A Te, canzone d'amore superiore, superba, eccezionale: fragile e magica, un capolavoro, lasciate stare che il commercio la farà diventare canzone simbolo di qualche profumo; vagamente '90s con l'attacco della batteria e dell'assolo della chitarra tipici di quegli anni, A Te si stampa nella testa lasciando un ottimo ricordo del disco. Non finisce qui, il disco è pieno di invenzioni e lascia quel retrogusto di World Music o perlomeno di uno che davvero l'ha sentita tutta dal vivo: suona sapiente e dotto e delicato a tratti, aggressivo in altri, su tutte Antidolorificomagnifico, Safari, In Orbita, Come Parli l'Italiano (beatbox e rap old style in multilingue per Jovanotti). Se non fosse per la caraibica Punto o la banale Come Musica risulterebbe davvero un cd inattacabile, sfortuna o la forza del commercio?   4/5

Breakfast - Flowers and Spiderwebs
Che sia chiaro, se non fosse stato sottoposto alla mia attenzione dall'Estella forse non mi sarei mai accorto dei Breakfast, tantomeno se avessi aperto la confezione, impersonale e scarsa, fotografie orrende a mio parere, tirate via. L'abito non fa il monaco il cd è un esplosione di musica (vagamente) '60s, chitarre potenti, belle invenzioni, tutto è registrato seguendo le tecniche analogiche usate negli anni sessanta; le canzoni si fanno ascoltare con una leggerezza incredibile, anche con curiosità, senza però abbandonare la strada dell'orecchiabilità, immaginate dei Pink Floyd molto, molto più pop.
Il duo, attivo dal 2001 non è nuovo a critiche positive e la cosa non mi stupisce affatto, sanno il fatto loro e lo manifestano in ogni forma, la produzione del cd è eccellente anche se nella post-produzione avrei qualcosa da dire con qualche parte che pecca per un compressore di troppo o qualche linea di basso che andrebbe enfatizzata; tuttavia queste sono piccolezze, Andiloro e Decolle suonano tutto davvero (percussioni, chitarre, ebow, tastiere...) e cantano ancora meglio, livello interpretativo alto e completissimo.
Magari strutturalmente non saranno innovative, sia nei singoli strumenti che a livello generale di composizione del pezzo ma anche questo è un dettaglio, questa, è buona musica.   4/5
roccheggiato da 0ss0 alle 13:26

rock, indie, zen circus commenti

E le ridestanti ferie battono in ritirata. Il problema fondamentale è che mai nulla si ferma in realtà e i pensieri questa volta sono tutti estremamente rivolti ad un gruppo nomade e particolare, nonostante quella vaga ed improbabile possibilità di distaccarsi da ciò che è musicalmente nuovo per abbandonarsi alla riscoperta di vecchi talenti, uno dei quali, nel lontano 1965 , scrisse un brano come Sad eyed lady of the lowlands. Il gruppo in questione sono gli Zen Circus; nomadi perché in poco più di 10 anni di carriera, la scelta del gruppo di dedicarsi, in occasione di ogni uscita, ad un’etichetta differentesi è rivelato un modus operandi pressoché unico. Particolari (proprio per non abusare dell’aggettivo “alternativo”) perché sentire questa nuova produzione, Villa Inferno, è come simulare un viaggio senza un’apparente meta, farcito da innumerevoli fermate, talvolta palesemente pop rock, talvolta folk e a volte al limite della risonanza (ancora presente, ma vaga), di tendenza anni ’80.
Ci sono due diversi approcci ad un nuovo disco, ma credo siano comunque vincolati dal primo contatto con il lavoro in questione: la copertina. Proprio questa, inconsciamente, fa decidere se l’approccio dovrà essere diretto, immediato, violento, inserendosi cosi in ogni contesto (a lavoro, in macchina, sotto la doccia) oppure, delicato, netto e preciso, nella quale la durata dell’intera tracklist delimita precisamente il tempo da dedicare esclusivamente al disco, senza interferire con qualsiasi altra distrazione. Il nuovo disco di Appino & Co. che vede la stretta collaborazione ( e produzione) del Violant Fammes, Brian Ritchie, appartiene decisamente al primo gruppo.
Ma le aspettative derivate da una prima constatazione, han reso la realtà del prodotto registrato, una valida e piacevole sorpresa.
Girando poi il disco promo proposto della Unhip Records che ormai è un punto di riferimento per la qualità musicale italiana contemporanea, si può cominciare a constatare che Villa Inferno, non è di certo un disco semplice; svariate collaborazioni della quali parlerò in seguito hanno aiutato la produzione del disco, che di infernale ha veramente poco.

Il disco apre con il guitar feedback di Dead Penfriend, prodotto del primo degli innumerevoli ospiti, l'ex One Dimensional Man e ora basso nel Teatro Degli Orrori, Giulio Favero, e ricorda nella sua ritmica proprio quella lista di gruppi, alla quale fanno parte i Bhauaus, i Fugazi e i Violant Fammes, che si estraniava da una visione prettamente elettronica, rinascendo in una nuova versione di Pop Rock e Wave, generi fondatori di molte delle nuove derivazioni e categorizzazioni musicali. La seconda traccia del disco, Wild Wild Life, ospita chi di questo brano fu il primo esecutore, Jerry Harrison, ai tempi al fianco di David Byrne frontman dei leggendari Talkin Heads. Punk Lullaby poi, primo singolo estratto, rafforza la sua musica con un video animato dai disegni dell'ottimo Davide Toffolo (Tre Allegri Ragazzi Morti) e presenta dopo la seguente Dirty Feet, secondo il mio parere, la migliore melodia e orecchiabilità, aiutata di certo dai cori delle due sorelle Deal, Kim e Kelley, la prima della quali fu bassista nei Pixies. La sesta traccia del disco è il primo dei tre brani cantati in italiano e per i quali la voce è stata prodotta da Giorgio Canali (ex CSI,ora PGR). Figlio di Puttana, appunto, potrebbe far gola ai fan dei TARM per semplicità ed un testo che non lascia nulla all'interpretazione e che ospita al piano Tommaso Novi. A seguire ancora una canzone in Serbo Croato Narodna Pjesma, poi Vana Gloria, una nostalgica Oh, The River, che ricorda a tratti Brian Eno. E per concludere in un piacevole apice d'armonia Vent'Anni, che sembra però essere un trattato generazionale, che ha comunque dalla sua, semplici e comode verità, e dulcis in fundo Les Tantes De La Dimanche, cantata in francese e che ospita i fiati de La Societè Anonyme Des Souffleurs Du Pont D'Iena.

Un disco che esce da qualsiasi confine, che può essere esclusivamente amato o odiato, prodotto in diversi continenti, cantato in lingue diverse e che dà alla fine un ottimo risultato, sia in termini di qualità e spessore creativo e culturale che a livello di sensazioni.

tracklist

  1. Dead Penfriend
  2. Wild Wild Life
  3. Beat The Drum
  4. Punk Lullaby
  5. Dirty Feet
  6. Figlio Di Puttana
  7. Like A Girl Never Would
  8. Narodna Pjesma
  9. He Was Robert Zimmerman
  10. Vana Gloria
  11. Oh, The River!
  12. Vent'anni
  13. Les Tantes De La Dimanche
roccheggiato da popkillmysoul alle 17:46

live, concerti, band of horses commenti (1)

Selvaggi barbuti invadono puntuali il palco del Musicdrome di Milano; la trasferta Milanese è per loro puro sfogo con un pubblico che li ha potuti apprezzare una sola volta in Italia, per tutti i presenti, circa duecento, è pura curiosità.

Il gruppo by Sub Pop, capitanato da un Ben Bridwell in puro stile Rambo per l'occasione con la tipica fascia in testa, ha sulle spalle un lunghissimo tour in tutta l'america e in tutta Europa, il loro gigantesco tour bus, posteggiato fuori, ha le ruote consumate, sporche di fango: di chilometri ne han visti e offrono gentilmente la loro esuberanza senza mostrare segni di affanno, con eleganza.
La formazione è quella ufficiale: batteria, basso due chitarristi, tastiere e la voce\chitarra di Ben, frontman spigliato e caratterizzato dalla più lunga lanugine che ci sia sul palco, nonostante tutto il gruppo e tutti i tecnici si impegnino ad uniformarsi al look, nessuno arriva alla sua lungimirante peluria; c'è da dirlo, se vuoi sperare di far parte della band, anche solo per passargli gli asciugamani, devi prima pensare che il tuo modello ispiratore, d'ora in poi, sarà Gandalf Il Grigio, lui e basta.

Cominciano con un pezzo lento, un Window Blues che ispira al dondolamento e quindi, ad un inconsapevole riscaldamento. Esplodono in The First Song con la slide guitar di Ben maltrattata a schiaffi e plettrate violente: s'intravede qualche segno di allegro danzereccio tra la folla, molti sono sugli spalti a seguire da seduti, qualcuno canta, personalmente urlo come un disperato ogni singola canzone.
Non perdono colpi, suonano per un' incessante ora, con qualche urlo da cowboy a suddividere le varie canzoni.
Escludendo i batterista e il tastierista i quattro fanatici delle corde cambiano un infinità di volte i loro strumenti, Ben quasi una in ogni pezzo: da notare però come si affidi maggiormente alla sua Gibson Les Paul dei primi tempi, sempre presente nelle esecuzioni più importanti come Is There a Ghost, The Funeral, The Great Salt Lake.

Escono, come dicevo, dopo un ora intensissima, costellata anche di un paio di inediti vagamente country.
Rientrano dopo qualche minuto per altri quaranta, intensissimi, minuti di pura musica.
Suonano quasi tutte le tracce dei loro due cd, si intrattengono in piccoli prolungamenti piacevoli ma sin troppo brevi.
La loro uscita finale è accompagnata da un trionfo d'applausi, urla e fischi di compiacimento.
Da sottolineare altre tre cose:
- Come un fonico serio (e barbuto) possa rendere una serata ancora più piacevole, lavoro spettacolare.
- Come un incompetente alle luci possa renderla più triste: mai visto un palco così buio.
- Come l'entusiasmo e il coinvolgimento premi il gruppo in questione e purtroppo, in questo, i BoH peccano leggermente; a volte, solo a tratti, l'impressione è che ci sia qualcuno dietro (barbuto ovviamente) che li costringa a suonare: freddi, distaccati e fin troppo professional.

Fortunatamente, solo a tratti.

All Photos by Elisa Secco (click to enlarge)
(Flickr di GlassHouse)

roccheggiato da 0ss0 alle 15:19